Sì; ella detestava mortalmente quella dolce ed incolpevole creatura, solo perchè la riconosceva tanto migliore di sè. — Si pentiva d’essere intervenuta ad impedire al suo amante che avesse il tempo di contaminarla, di perderla per sempre. — Era tentata di scappar via da sola, per abbandonarla di nuovo in balìa del suo destino. — La irritava la parte di genio benefico, che, suo malgrado, era venuta ad assumere verso di lei.

Un pensiero d’inferno le traversò, intanto, il cervello, e:

— Non era che un capriccio? — chiese ghignando al Farnese.

— Un capriccio, un mero capriccio soltanto! — le rispose questi sollecito, rianimato da quel ghigno, che gli parve un sorriso.

— Ebbene — ella soggiunse — vuoi inaudita prova di amore?... io stessa ti aiuterò a levartene il ruzzo!

— Tu? — sclamò strabiliando il Farnese.

Bianca, che — a malo stento — era pervenuta ad allacciarsi la gonna, si arrestò, a quelle parole, come pietrificata. — Nel suo candido cuore, nel suo vergine intelletto, non c’era posto per sì nefanda mostruosità: si rifiutavano a capirla.

— Tu? — replicò il duca.

— Sì, sì — affermò Olimpia, fulminando la poveretta di una trionfante occhiata di dileggio — io t’amo al punto, vedi!.... da volere tutto quanto a te piaccia... e poi quella spigolistra mi è uggiosa.... l’aborro!.... sentirla fremere, palpitare, dibattersi inutilmente, consumare i vani suoi sforzi sotto la stretta delle mie mani; è una voluttà anche questa!... ed io ti aiuterò, sì.... ma ad un patto....

E si chinò a mormorargli alcune parole all’orecchio. — Quindi: