Era, infatti, il tedesco, che si rendeva al quartiere di Monte Aguzzo, per informare il suo degno padrone dell’esito felice della sua spedizione.
Il gigante — dopo un par di protendimenti e quattro sbadigli — stava forse per voltar fianco sul suo giaciglio e fare a ripiglino con Morfeo; quando un secondo calpestìo venne a mantenerlo sveglio e ad attirare di nuovo la sua attenzione.
Questa volta partiva d’in su le scale e, sebben frettoloso, leggero leggero come se di qualcuno che camminasse su la punta de’ piedi.
Aguzzò egli lo sguardo trammezzo il morente barlume e — con suo grande stupore — vide sbucare di sotto il loggiato ed inoltrarsi alla sua volta una paurosa figura d’uomo tutto scuro come la notte imminente e con la buffa calata.
Era il Cavalier Nero, che discendeva dalla misteriosa sua visita alle stanze di Olimpia.
Terremoto, messo in curiosità, si tenne quatto a suo luogo, sbirciando di sottocchi il sopraggiunto. Il quale — attraversato il cortile in tutta la sua ampiezza — si dètte a sguaraguardare d’ogn’intorno tra’ fessi della visiera, come se in busca di alcunchè, e ad aggirarsi da destra a manca, sino a che venne a trovarsi sopra di lui.
Allora si curvò ad osservarlo.
Arcangelo Rinolfo chiuse gli occhi.
Quando li riaperse, vide che quello, reputandolo forse addormentato, gli si sdraiava accanto su lo stesso suo cumulo di paglia.
Terremoto sentì un brivido corrergli per tutte le ossa.