Poco stante, il suo compagno di giaciglio prese, o finse prendere sonno a sua volta e si mise a russar leggermente.
Il colosso non era niente tranquillo.
Malgrado il suo coraggio a tutte prove, dovuto per metà alla fenomenale sua forza e, per l’altra allo strambo prognostico di Gerolamo Cardano; era egli pure superstizioso e credenzone come i più del suo tempo e quella specie di negro fantasma, che s’era andato a corcare al suo fianco, non lasciava di suscitargli qualche cattivo pensieraccio per lo capo.
Il demonio tendeva, a volte, di così brutte trappole!
Però decise di non recargli la minima noia, per quello adagio eredato senza benefizio d’inventario da’ romani, che insegna a guardarsi dal cane che dorme; ma e di tenersi in su l’allarme e di non chiudere più occhio.
In tal modo, vide rientrare tutti quanti coloro ch’erano stati di fuori alle bombanze dello sposalizio; e il cortile stivarsi alla lettera di una calca di gente d’ogni cartiglia; ed i signori salire agli appartamenti; poi, man mano, diradarsi anco gli altri per rendersi a’ respettivi dormitori; quindi — ai rintocchi del cuoprifuoco battuti dalla campana del castello, cui facevano eco le altre diverse del borgo — le scòlte dare il loro grido di veglia; cigolare le catene del ponte; i lumi andare, venire, oscillare e, poco a poco, l’un dopo l’altro, smarrirsi ed estinguersi; e finalmente tutto rientrare nelle tenebre e nel silenzio.
Circa mezz’ora dopo, una ronda lo rasentò.
Un degli armigeri — non badando che a lui — chiese a un compagno:
— Chi è cotesto elefante?
L’altro rispose: