E — non vi reggendo — surse egli pure guardingo dal suo poltriccio e, passo passo, si dètte a seguire su per le scale il Cavalier Nero.

Camminavano l’un dietro l’altro, a mo’ di due volpi, studiando, misurando, pesando ogni lor più lieve mossa, rattenendo il respiro, quasi fiutando l’aere.

Come toccarono il secondo piano e furono presso la stanza di Olimpia Marazzani, il cui uscio semiaperto lasciava scappar fuora un largo sprazzo di luce; il primo si arrestò a specularne lo interno dalla socchiuditura e — non iscorgendovi nulla — si spinse inanzi resoluto.

La lampada da notte giacente sul tavolino era l’unico oggetto che potesse testimoniare della presenza di Olimpia. — Del resto, tutto trovavasi nell’ordine identico di quando egli vi aveva fatto la sua prima incursione: non tocco il letto, non smossa una seggiola, non solamente alterata una delle mille pieguzze de’ cortinaggi.

Il Cavalier Nero dovette probabilmente presumere che la donna ch’egli cercava si fosse ritirata nello spogliatoio; poichè ne aperse l’uscio e vi entrò.

Ma ivi pure tutto era immobilità e silenzio.

O fosse per spingere sino all’ultimo le proprie investigazioni, o fosse per nascondervisi nell’attesa di Olimpia, dallo spogliatoio, l’incognito si cacciò per quel contiguo andituccio, che appariva senza sfogo e a tastoni ne toccò il fondo.

Intanto, Terremoto — posto a sua volta l’occhio alla semiapertura dell’uscio esterno — stava inutilmente guatando ed origliando, senza nulla gli riuscisse nè vedere, nè udire, che meritasse attenzione.

Quando d’un tratto, gli ferì all’orecchio un confuso mormorio di voci.

Sembrava procedere da una vicina stanza, cui pure si giungeva per lo stesso loggiato su cui egli si teneva in vedetta.