Ma s’ingannava.
Era, invece, il Cavalier Nero, entrato in quello istesso mentre, per l’usciolino segreto, che — dal picciol àndito in cui lo vedemmo impegnarsi — ammetteva alla stanza di Bianca.
La giovinetta — sottratta a pena ed in modo sì miracoloso alla propria infamia — s’era gittata fra le braccia del suo salvatore, il quale — sorreggendola:
— Scellerato! — sclamava, mostrando il pugno stretto al Farnese.
Il Cavalier Nero accorso al lamento della caduta e che — fuori di questo — null’altro aveva inteso della scena precedente; alle parole ed al gesto del colosso ed allo stesso atteggiarsi di Pierluigi sopra di quella, suppose che il sangue e lo svenimento di Olimpia fossero dovuti onninamente a quest’ultimo.
Laonde, scuotendogli bruscamente il braccio per cui lo aveva ghermito:
— Ah! — gli disse con voce sorda e minacciosa — messer Pierluigi si sbizzarrisce nel recare oltraggio alle donne?.... ma bada, che l’esser duca di Castro e di Nepi, e marchese di Novara, e gonfaloniere di Santa Madre Chiesa, e spurio rigetto dello stesso pontefice... bada che non potrebbe bastare a sottrarti alla mia vendetta!
— Strozzatelo, messere! — soggiunse il gigante, dando un passo inanzi — se vi occorrono le mie mani, eccole tutte e due al vostro servizio.
— Ed io le accetto — fece il Cavalier Nero — ma solo per affidarlo alla loro custodia.... a voi!
E lo invitò ad impadronirsi dell’altro braccio del duca, mentr’egli si piegava a raccogliere Olimpia, che giaceva sempre svenuta sul pavimento.