Intanto continuò a dire:
— Se, tuttavia, o tenta sfuggirvi o solo fa l’atto di mettere un grido; nessuna misericordia.... servitevene come meglio vi aggrada!
— Oh, non istate in temenza, messere! — sclamò il colosso, stringendo il braccio del principe sì da illividirgli le carni.
All’aspetto, agli atti, a’ propositi di rappresaglia e di morte di que’ due sconosciuti, l’uno più misterioso e minacciante dell’altro; il Farnese — sbiancato in viso quanto il pannolino della sua camiciuola — si arretrò sgomento, girando intorno sguardi smarriti come in cerca di refugio e di scampo.
Di prima giunta, gli aveva sorriso il progetto di acclamare a gran voce i suoi due capitani o le scôlte e provarsi così a volgere in fuga i suoi due aggressori; ma le ultime parole dirette dal mascherato al gigante e la costui stretta brutale, glie ne fecero ben presto abbandonare il pensiero.
Frattanto il primo dei due aveva deposto la caduta su l’uno de’ seggioloni e — con ogni maggiore sollecitudine — le si affaccendava d’intorno, detergendole la schiuma sanguigna che le bruttava le labra e studiandosi di richiamarla in sè stessa.
Ma Olimpia non dava cenno di vita.
Allarmato, ansioso, egli le situò una mano sul petto.
Stette in ascolto.
Il cuore le batteva.