Un uomo stava sdraiato a piedi di una grossa quercia che velava del suo fogliame uno de’ fianchi di quel monistero, ed al cui tronco erano allacciati per le briglie due cavalli insellati.

Giunto su la sponda del torrente e messo piede nel suo alveo, che, in quella stagione, trovavasi completamente a secco; il Cavalier Nero mandò fuori dal taglio della celata un acutissimo sibilo, inteso a pena il quale, l’individuo corcato si rizzò di repente e, staccati i cavalli dall’albero, s’avanzò in direzione della Chiavenna, menandoli a mano.

Il Cavalier Nero si volse quindi al Farnese ed:

— Eccoci giunti! — gli disse — ora sfido te, sfido i tuoi cagnotti, sfido l’inferno, ad aver mie novelle.

— E son libero? — domandò Pierluigi con ansia.

— Sì — gli rispose quello — puoi ritornarne al tuo covo.

E — strappatogli il ferraiuolo di dosso — lo respinse con piglio disdegnoso.

Il Farnese divorò il suo maltalento per tema di peggio e — senz’altro aggiugnere — si avacciò a ribattere la strada percorsa per restituirsi a Castell’Arquato.

IL Cavalier Nero lo segui dello sguardo sin che gliel permise la notte, poscia, volgendosi a Bianca:

— E voi, madonna — le chiese — per qual parte sareste diretta?