E fatto un altro e più penoso sforzo per raddrizzarsi di nuovo, non riuscendovi, con la mano che restavagli libera, afferrò intanto la mano del nipote.
Al gelido contatto, questi rabbrividì in tutta la persona, come se côlto dal fricasmo della terzana, e con un senso indefinibile di angoscia tôrse lo sguardo sul povero moribondo, il quale — non potendolo più della voce — gl’indicava con gli occhi vitrei e semispenti il sacro legno che gli tremolava tuttavia fra le dita.
Il giovine non resse a simile vista; una pietà profonda lo strinse al cuore; allungò la mano sul mistico simbolo della redenzione e già era sul punto di pronunziare il suo secondo e più solenne giuramento; quando Cosimo Gheri, che — a quell’atto aveva dato segno di rasserenarsi, — lasciò sfuggire di un tratto e il crocifisso e la mano del nipote, e s’arrovesciò supino sopra il guanciale.
Con moto irresistibile, il giovine lo seguì della testa; lo stette a contemplare un istante preso da una specie di vago terrore; lo palpò su la fronte, alle mani, quasi non prestasse fede a’ propri occhi, lo sentì freddo, rigido, stecchito, ed, allora, vinto dall’affanno ma senza lacrime, ricadde alla sua volta in ginocchio.
Cosimo Gheri non era più.
Cresciuto di povera gente, tratto dalla sua eccessiva pietà a dividere i benefizi e le decime tra’ suoi diocesani peggio conciati dalla fortuna; il buon vescovo non lasciava dietro di sè che una lunga e copiosa eredità di rimpianto; attalchè suo nipote non soltanto rimaneva isolato nel mondo, ma con l’isolamento rincarato dalla miseria.
Su le prime, per altro — assorbito qual’era dall’intenso dolore della sciagura che lo aveva colpito — nemmanco davasi pensiero della triste sua situazione; continuava a soggiornare nell’episcopio; si compiaceva di abitare quelle medesime stanze, di assidersi su que’ medesimi scanni, che — per così dire — serbavano tuttora l’impronta ed il profumo del suo caro estinto.
Sono le voluttà del dolore.
Ma non istette guari chi si pigliasse lo ingrato incarico d’illuminarlo sul vero e misero suo stato: e fu il governatore della città, un frate sbandito della Mirandola, che — per la sua cupidigia e sordida tirchieria — erasi guadagnato il nomignolo di Vescovo della Fame.
Costui lo fece chiamare ed, avutoselo inanzi, gli intimò brutalmente di lasciar sgombri gli ambienti del vescovado e di sbrattare il luogo issofatto.