— Tuttavolta — sclamò in quel punto Sforza degli Oddi, ch’era il più giovine dei tre ed il men temperante per conseguenza — addì quindici aprile dell’anno passato non istette la Santità Vostra per codesti argomenti di giustizia dallo usarne in prò di Capo-di-monte, Visenzo di Tesco, Pignena, Mozano, Pianzano, Arlena, Civitella, tutte le terre, insomma, che fanno il ducato di Castro!

A cosiffatte parole, Paolo III diventò paonazzo; un mormorio cupo, di mal’augurio corse tra i porporati che gli facevan corona ed il giovine cardinale Alessandro Farnese, lanciandosi inanzi impetuoso e posando una mano al petto dello imprudente degli Oddi:

— Voi, messere — gli disse aspramente — voi perdeste reverenza al Pontefice... uscite!

— Oh, sì, sì — soggiunse in pari tempo lo stesso papa a denti stretti — uscite messeri, prima che peggio ne venga!.... Omai so il movente delle suppliche vostre; ho il vostro messaggio fra mani.... andatevene con la pace del Signore che non istarete guari ad avervi le nostre risposte.

E le risposte furono una Bolla delli 21 genaio con la quale s’intimava la immediata esecuzione dello editto sul maggiore aggravio del sale, pena la scomunica a’ ribelli.

Tali erano state le controversie, che sin da più mesi prima avevano consigliato papa Paolo III a richiamare sollecitamente presso di sè l’amatissimo suo figlio Pierluigi, che, in quel torno, come sappiamo, trovavasi a Castell’Arquato, inteso a ben altre faccende che non fosse quella meschinuccia questione de’ tre quattrini di sopraprezzo sul sale.

Capitolo XXIII. Pierluigi Farnese.

Promulgata la Bolla confermatrice dell’odioso balzello, comminati a’ recalcitranti que’ fulmini celesti, che, di que’ tempi, in mano del vicario di Cristo, erano anco destinati a far l’uficio di agenti delle tasse; il papa — come si usa dire — si tenne alla finestra, per vedere in qual modo i bravi perugini accogliessero e giudicassero quelle sue disposizioni e — siccome non stette molto a risapere come le avessero pigliate in pessimo verso e si fossero levati a tumulto strepitando, minacciando, attalchè, senza il predominio grande che esercitava sopra di loro l’Alfani, capo del magistrato, si sarebbero spinti sa Iddio a quali eccessi — egli cominciò a far subseguire i fatti alle parole, scagliando contro di loro l’interdetto, che fu proclamato in Perugia il 18 marzo 1540.

Per dieci giorni consecutivi nessuna chiesa venne aperta a’ fedeli.

Solo a Pasqua, che cadeva il 28 — dietro intercessione del legato, monsignor Cristoforo Jacobacci e del suo supplente, monsignor Aligerio — il papa acconsentì vi si riapprissero e durante i tre giorni pasquali si celebrassero messe.