A costoro aggiugnevasi un giovinetto ed imberbe ufficiale, che Pierluigi aveva da poco assoldato.
Era un piccolo omettino, gracile, dilicato, tutto in abito di velluto nero alla spagnolesca, con una semplice cotta di maglia, una barbuta brunita ed una spada sottile, che nulla aveva di maschio fuorchè gli occhi neri, sdegnosi, lucicanti.
I suoi colleghi — un po’ per ischerno, un po’ in ossequio alle gentili sue forme — lo chiamavano capitano Tre-Grazie.
Egli non aveva comando; ma era addetto al servizio personale del duca.
Fu alla presenza e col sussidio di costoro, che Pierluigi — sentite le spie, tra le quali primeggiava il nostro Pellegrino di Leuthen — tenne il suo preliminare consiglio di guerra.
La strategia d’allora consisteva in ben poca cosa: tormentare, taglieggiare, spelazzare il nemico quanto più si potesse e indurlo gradatamente alla disperazione.
Però ciascun comandante di corpo ricevette commessione di sbandare le proprie genti per le campagne circostanti a Perugia e d’inviare trombette alle terre, intimando loro la resa e — dove subito non cedessero — pigliarle a forza e menarne rovina.
Tali gli ordini che venivano impartiti dal rappresentante del Vicario di Cristo, in nome di quella religione di pace e di perdono proclamata da’ vangeli.
Ned i prodi capitani e colonnelli militanti sotto il suo comando erano di stoffa da sentir scrupoli di coscienza e da temporeggiare nello eseguire quegli ordini. Alla testa de’ loro cavalli si sparpagliarono per le terre indifese ad oriente ed a mezzogiorno della città devastando i campi, tagliando gli alberi, incendiando case e villaggi, impadronendosi e mandando a sacco Castel delle Forme, San Martino in Colle, Deruta, Bettona, Sigillo, Fossato, Marsciano, Papiano, Cerqueto e Casa Castalda, spargendo ovunque la desolazione, il terrore, la morte.