Ed, invero, a quale pro’ trattenersi a vagheggiarla? — Sapeva egli solo chi ella fosse? — L’avrebbe mai più riveduta nell’avvenire? — Il suo destino non lo spingeva forse lontano da quella terra, in cui l’aveva per la prima volta incontrata?.....

Partì, infatti, il dì successivo da Parma e, pei monti del piacentino, si diresse in Piemonte, dove prese soldo, alla fine, nelle milizie di don Alfonso d’Avalos, marchese di Pescara e del Vasto, governator di Milano per Sua Maestà Cattolica il re di tutte le Spagne.

Prima di più oltre procedere, o — a dir meglio — prima d’internarci nel drama di cui non abbiam fatto che presentare taluno de’ personaggi principali a’ nostri lettori; gettiamo, per un momento l’occhio su una carta geografica d’Italia e vediamo in qual maniera si trovasse frazionata nella primavera del 1538.

È uno studio che — se non altro — può tornare alquanto proficuo a quei non pochi giovanetti, i quali — per esser nati ieri ed aver trovato la patria risorta a dignità di nazione e fatta una, senza loro fatica — non sanno capacitarsi della via lunga, penosa ed accidentata che dovette percorrere per giungere a tanto; onde — per un’arcadica ubbia imparata a strafalcione dalla prima mala copia di Robespierre che abbiano il malanno di rasentare — si arrischiano a cimentarne le sorti come si trattasse di nulla.

Si curvino alcuni istanti con noi sovra l’italico stivale, che oggi si disegna su la carta d’Europa con una sola linea unicolore e veggano come — a que’ dì — fosse in siffatto modo screziato da offrire tutti quanti i colori dell’iride.

Facciamoci dal Piemonte che — sin d’allora — cominciava a manifestarsi siccome stella polare degl’italiani e che Carlo III il Buono, duca di Savoia, recuperò da’ francesi nel 1539, in forza del trattato di Cambrai conchiuso tra Carlo V di Spagna, suo cognato, e Francesco I di Francia, suo nipote. — Questi, tuttavia, oltre al mantenersi in possesso delle valli di Oulx e di Fenestrelle, antiche dependenze del Delfinato, erasi creato arbitrariamente tutore di Gabriele, ultimo de’ saluzzesi, e ne teneva il marchesato per sè; mentre quello di Monferrato — morto improle nel 1533 Giangiorgio Paleologo che il reggeva indipendente — passava, dopo tre anni di litigio, a Federico II Gonzaga, duca di Mantova, Pizzighettone, Goito e Canneto.

Il Milanese, che stendevasi dall’Alpi alla Sesia, dalla Brenta al Po, abbracciando Pavia, Lodi, Cremona, Alessandria, Tortona, Novara, Como, la Valtellina con le contee di Bormio e Chiavenna, Angera e Geradadda — per testamento del suo duca Francesco II, ultimo degli Sforza — era scaduto alla Spagna, che vi teneva a governo il sunnominato marchese del Vasto.

La serenissima di Venezia possedeva, tra l’Isonzo ed il Mincio, dal litorale Adriatico alle foci eridanie, le provincie di Bergamo, Brescia, Verona, Padova e Vicenza, la marca Trevisana con Feltre, Belluno, Cadore, il Polesine di Rovigo, Ravenna, il Friuli, l’Istria meno Trieste città imperiale, la contea di Gorizia, Zara, Spalatro, le isole fronteggianti la Dalmazia e l’Albania, quelle di Veglia e di Zante. — Fuori d’Italia poi, in Grecia, occupava Corfù, Lepanto e Patrasso; nella Morea, Morone, Corone, Napoli di Romania, Argo e Corinto, varie isolette dell’Arcipelago e, finalmente, le isole di Cipro e di Candia. — Ne reggeva il dogato quello istesso Andrea Gritti che — già capitano e proveditor generale della republica — cacciò gl’imperialisti da Padova ed i francesi da Brescia e che — battuto a sua volta e menato prigioniero a Parigi da Gastone di Foix — seppe sì finamente destreggiarsi con re Luigi XII da volgerlo in favore della sua patria e stipulare secolui un vantaggioso trattato di pace.

Genova non occupava di territorio italiano chè la esigua striscia delle sue due Riviere, il marchesato del Finaro e la Corsica. In compenso — da Costantinopoli, da Caffa, dalla Tana — esercitava i suoi commerci col Levante per una serie di scali toccanti, da un lato, sino alla Cina, dall’altro, alle coste del golfo arabico, e molti ancora ne teneva nella Romania, nella Macedonia, nell’Arcipelago, nelle Sporadi e nell’Anatolia. — Da trent’anni, il settuagenario Andrea Doria avea dato un migliore assetto ed una nuova costituzione alla sua republica, escludendo da’ publici affari le antiche e faziose casate degli Adorno e de’ Fregoso. — Onnipotente nella sua patria, che da lui ripeteva il riconquisto della propria indipendenza, per alcun tempo erasi legato a’ francesi; ma poi — scontento della costoro iattanza e massime della malafede del loro monarca — si dètte animo e corpo a Carlo V di Spagna, del quale si rese uno dei più devoti e validi campioni.

Ferrara, Modena e Reggio obbedivano al duca Ercole II d’Este, figliastro alla famigerata Lucrezia Borgia, che il Gregorovius, addì nostri, ha tentato riabilitare, e marito alla celebre Renata di Francia.