Firenze, che val quanto dire: Toscana tutta — ad eccezione di Lucca e Siena che si reggevano a popolo — dacchè due anni inanzi erasi liberata da quell’anima nera del bastardo il papa Clemente VII, che fu il duca Alessandro — un po’ per amore e molto più per intrigo, aveva chiamato a signore il non ancor quadrilustre Cosimo de’ Medici, figliuolo a messer Giovanni dalle Bande Nere, creato duca nell’istesso anno dall’imperator Carlo V ed unitosi allora allora in matrimonio con donna Eleonora di Toledo.
Oltre del Milanese, anco le due Sicilie e l’isola di Sardegna spettavano a Carlo V di Spagna, scendente, per via del padre, dallo imperatore Massimiliano e da Maria di Borgogna e, per via della madre, da Ferdinando il Cattolico ed Isabella. — Così dall’ava paterna, aveva eredato gran parte de’ Paesi Bassi e la Franca Contea: dalla madre i regni di Leon e di Castiglia; dall’avo materno, que’ di Aragona e Valenza, le contee di Barcellona e del Rossiglione, i regni di Navarra, Napoli, Sicilia e Sardegna; poi, da Massimiliano, l’Austria, la Stiria, la Carinzia, la Carniola, il Tirolo e la Svezia australe, che cedette poscia a suo fratello Ferdinando: arroge un lembo di Africa e metà buona di America e si comprende come potesse ripetere: sovra i miei regni mai non tramonta il sole! — Di Napoli era vicerè don Pedro di Toledo; di Sicilia, don Ferrante Gonzaga, duca di Guastalla.
Tolgansi adesso Urbino e Camerino, quello del duca Francesco-Maria dalla Rovere e questo di suo figlio Guidubaldo, siccome marito di Giulia da Varano, che lo teneva dal padre; Sabbioneta, ch’era del duca Rodomonte Gonzaga; Mirandola, Quarantola e Concordia, dei conti Pico; Malta, dei cavalieri gerosolomitani; le signorie di Castiglione, del Finale di Modena, di Luzzara, Poviglio, Montechiarugolo, Masserano e alcune altre; un cento di feudi imperiali situati nelle Langhe, nel Genovesato ed in Lunigiana, e la microscopica republica di San Marino; e poi tutto il restante — di dritto o di traverso — apparteneva a quella istessa Chiesa, cui oggi si contendono persino le poche sale del Vaticano e di San Giovanni Laterano.
Ciò che maggiormente contribuì ad aumentare i dominî di questa — dopo le donazioni di Pipino il Breve, di Carlomagno e della contessa Matilde — furono le scellerate imprese di un altro figlio di papa, il duca Cesare Borgia, il quale — domati, a furia di tradimenti, di veleni e pugnali, i Savelli, gli Orsini, i Colonna, i Gaetani, i Riario, i Freducci, gli Sforza, i Malatesta, i Manfredi — aggregò al Patrimonio di San Pietro tutta Campagna di Roma, Sermoneta, Imola, Forlì, Fermo, Pesaro, Rimini e Faenza: Giulio II, nel 1513, vi aggiunse Perugia; Leone X, nel 1520, Bologna, e poi, come il dicemmo, Parma e Piacenza. — Così la Chiesa fece come il fiocco di neve che, dal vertice alla china del monte, si converte in valanga.
Forse il Valentino, per un’audacia tutta sua peculiare rimbaldanzita dall’essere figliuolo al pontefice, genero al re di Navarra e carissimo a quello di Francia e dalle molte spogliazioni già allegramente compiute; forse più ancora di lui quello scaltrito di messer Nicolò Machiavelli, segretario della Signoria Fiorentina, s’ebbero qualche proposito di raccogliere in un corpo solo le sparte membra d’Italia e di levarle il giogo straniero di collo; ma di sentimento patrio e nazionale, quale lo s’intende addì nostri, non se ne aveva nemmanco il più piccolo indizio.
Era cessata la lotta secolare e titanica fra il papato e l’impero; sminuita la tracotante indipendenza de’ signorotti feudali; spirato cioè il medio evo: di questo rimaneva tuttavolta la coda, che — dice il proverbio — è la più dura da rodere: le istituzioni abbastardite, ma non mutate; le nimicizie intestine non più nascenti da un principio costante, ma sempre vive ed acerbe; la stessa ignavia, gli stessi vizî, lo stesso ordinamento gerarchico nelle costituzioni sociali.
Si era nel periodo di transizione, il quale non aveva per anco assunto nissuna nuova e caratteristica fisonomia, allo infuori del sempre crescente gonfiare delle riforme religiose, scaturite — come tutte le altre invasioni — da’ settentrionali recessi, e di quella sorta d’immane duello, che — già da quasi vent’anni — si andava combattendo fra due personali ambizioni, che rinnovavano in grande le guerricciuole di casato dei tempi precedenti e cui lo sventurato nostro paese serviva spesso di palestra e sempre di pallio.
Francesco I di Francia, il quale già — come scendente dallo angioino Carlo di Provenza e da Valentina Visconti — armava pretese sul reame delle Due Sicilie e sul Milanese, che appartenevano a Carlo V di Spagna; al sangue grosso che però nodriva contro di questi, aggiunse altro maggior soggetto di risentimento e d’invidia, quando se lo vide anteporre dagli elettori di Aquisgrana che, nel 1519, lo proclamarono imperatore e re de’ romani. — Come la rana delle favole esopiane gonfiò talmente dinanzi al bue sino a schiattarne. — E non perennità di sfortuna, non esauste finanze, non reiterate sconfitte e prigionia della sua istessa persona, valsero ad acchetarne il rabbioso dispetto.
Era un francese puro sangue: tutto francese dalla radice de’ capelli alla pianta dei piedi: avventato, loquace, vago di lettere, di belle arti e d’amori, azzardoso in ogni sua impresa, vanesio, smargiasso, il proto-tipo de’ paladini ariosteschi, l’uomo di due secoli prima.
Il suo emulo, per contro, vario di qualità quanto di dominî; fiammingo per nascita, tedesco per prudenza, spagnolo per gravità e per buon senso, italiano; era l’uomo di due, di tre secoli dopo; l’uomo che — senz’anacronismo — avrebbe potuto esser padre del terzo Napoleonide, tanto — al pari di questi — era freddo, calcolato, di lunghi divisamenti e, nell’arte del menare un intrigo, promettere, eludere, corrompere, a nessuno secondo.