Naturale però fosse sempre sua la prevalenza.

Laonde — meno Venezia, riamicatasi alla Francia pel trattato di pace conchiuso dal Gritti; meno Ercole II Estense, legato a questa da stretti vincoli di sangue; e meno, se vogliamo, Carlo III di Savoia, che stava infra due, non tanto per simpatia maggiore dell’uno o dell’altro, ma forse perchè mal sofferente che stranieri la facessero da padroni in casa sua — tutto il restante d’Italia, direttamente od indirettamente, non solo gli obbediva, ma parteggiava per lui.

Tra’ ciurlatori nel manico potevasi, per altro, mettere in lista anche Paolo III, il quale — nel suo carattere di pontefice — non giungeva probabilmente a dimenticare come Carlo V — benchè spagnuolo — fosse divenuto il legittimo successore di quell’Enrico IV di Franconia, che ammanì tanto refe da dipanare a papa Gregorio VII, e di quel Federico II di Hohenstaufen che non ne dètte manco a Gregorio IX e ad Innocenzo IV. — Non sapeva ciecamente fidarsene: tuttavia ne temeva troppo la strapotenza, perchè avesse mai il coraggio di chiarirglisi aperto nimico — Stava, invece, a sportello; lavorava sott’aqua e giuocava con dadi segnati: uso codesto assai comune a’ successori di San Pietro, non pochi de’ quali seppero egregiamente valersi del gesuitismo anche molto prima che i proseliti del da Loiola ne avessero conseguito privilegio. — E papa Farnese — volpe fina se ce ne avea una — doveva esser primo del numero, se fu egli stesso che, nel 1540, ne rilasciò il brevetto d’invenzione a Sant’Ignazio in persona.

Quando Paolo III mosse da Roma per condursi a Nizza, ferveva più che mai accanita la guerra in Piemonte, dove i francesi, col Montmorency — il famoso contestabile de’ paternostri — e con Guido Rangone da Modena, occupavano tutto il paese tra Moncalieri e le Alpi; mentre gl’imperiali, col marchese Alfonso d’Avalos e Giangiacomo Medici da Trezzo, detto Il Medeghino, tenevano presidio in Asti, Fossano e Vercelli. Ma, in quel torno, volgevano allo imperatore poco prospere le sorti ne’ Paesi Bassi, che mal comportando di vedersi spogliati in uno con la libertà religiosa, anche delle comunali franchigie, si ribellavano contro la tirannide spagnolesca; nel contempo, il granturco Solimano — sospintovi dal re Francesco — invadeva l’Ungheria e — con l’aiuto dell’algerino Haireddin, Barbarossa — minacciava Napoli e Toscana.

Il furbo Farnese colse a volo la propizia occasione di portarsi inanzi mediatore, non già per schietta e cristiana tenerezza di pace; ma perchè — certo di rendere per tal modo un servizio a Carlo V — si riprometteva di farglielo pagare al più alto prezzo. — Voleva tradurre in pratica il detto che, fra due litiganti il terzo gode, e conseguire dalla imperiale riconoscenza l’agognata ducea di Milano pel suo prediletto Pierluigi, l’ingrandimento della propria famiglia essendo, non solo il primo, ma quasi l’esclusivo suo pensiero. Nè di ciò tanto poteasi muovergli troppo acerbo rimprovero, perocchè «non fosse tenuta in quel secolo cosa degna d’infamia, che un papa avesse figliuoli bastardi, nè che cercasse per ogni via di farli ricchi e signori; anzi erano avuti per prudenti e per astuti e di buon giudizio pontefici tali».

Partito da Parma due giorni dopo la sanguinosa scena per noi descritta, egli giunse a Nizza il successivo 17 dello stesso mese di maggio e — non potendo penetrare in città, perchè chiusone il castello dal duca di Savoia — s’attendò ne’ dintorni, dove si trattenne per un mese di seguito, sprecando la sua più fina dialettica in appartati convegni or con l’uno or con l’altro, dei due regali antagonisti, senza mai approdare a nulla di concreto e di buono.

Finalmente, ai 18 di giugno — acchetandosi al fringuello dacchè sfuggitogli il tordo dal paretaio — potè comporre i due sovrani ad una tregua decennale stabilita — come oggidì si direbbe — su la base dell’uti possedetis.

Ma, di Milano, Carlo V non volle intenderne verbo.

Per quanto il papa si avvolpacchiasse in studiati argomenti ed artefiziose girandole, gli fece sempre le orecchie da mercante.

Solo — per non lasciarlo andare troppo scontento e con tutte le pive nel sacco — gli concedette il marchesato di Novara per Pierluigi, e — pel costui figlio Ottavio — la mano della sua Margherita di Austria.