— Quale? — interrogò Tre-Grazie.

— Dall’un canto, che tu mi pari un cosettino mo’ mo’ svezzato e, più che a far la barbuta in campo e contra dell’inimici, adatto a giocarellare alla palla e addestrar cagnuoli od aironi in paggeria di qualche potente gentiluomo o di qualche dama leggiadra; dall’altro, che il tuo compagno, mal’atticciato com’è e poco in gambe, m’ha più l’aria di un merciaiuolo ambulante chè d’una lancia spezzata.

— Non precipitate i giudizi vostri, messere!.... le apparenze traggono assai soventi in errore e, quando m’abbiate visto alle prove, dovrete farvi un ben diverso criterio di me: vi convincerete ch’io sono tutt’altro da ciò che vi appaio....

E, nel dir questo, Tre-Grazie soghignò maliziosamente, mettendo in evidenza due file di denti piccoli ed uniti d’una smagliante candidezza. Indi continuò:

— Non sarà sotto di voi, messere, che io farò le prime mie armi.

— E sotto chi le hai fatte, le tue prime, di grazia?

— Sotto il duca d’Herbosa, l’anno passato, nelle Fiandre, d’onde ritorno.

— Diavolo! diavolo! e di qual terra sei?

— Di Valle di Nure, messere, in quel di Piacenza.

— E ti chiami?