Tre-Grazie dovette impor freno a’ moti del proprio cuore, affinchè un trasalimento improviso ed inopportuno non isvelasse la gioia che quello annunzio gli cagionava.

— A Perugia? — domandò, invece, con aria d’apatica curiosità — e che ci andrò a portare a Perugia?

— Null’altro che l’annunzio del nostro prossimo arrivo.... a pena giunto in città, ti recherai in piazza grande all’Udienza della Mercanzia, dove hanno sede i Venticinque, e chiederai loro de’ capitani nostri messer Gerolamo della Bastia e messer Panta Almenna e, come ti sia dato avvicinarli, istruiscili che ci hai lasciato sul punto di levare il campo e d’avviarci, cosicchè, se oggi siamo a’ dieci di maggio, posdimani, dodici, contiamo averli raggiunti.

— E null’altro?

— Null’altro.

— Ma, dico, messere, que’ vostri capitani di lassù mi vorranno e’ riconoscere e prestar fede?

— No, certo, se tu ci andassi così di tuo talento; ma io vo’ a fornirti del necessario, perchè non ti abbiano a pigliare in sospetto.

E, da un gregario, fece chiamare un tale messer Teodosio Arricciabene, piccolo e gramo chierico che, nell’esercito raccogliticcio del Baglione, serviva da segretario, e gli commise di scrivere le patenti, che dovevano fare rispettare ed accogliere amicalmente il suo emissario.

— Tornami a dire il tuo nome — chies’egli a Tre-Grazie — come ti chiami?

E questi: