Siccome tornava evidente che i torscianesi domandavano di capitolare, egli spedì loro il suo capitano Bombaglino, con una trombetta, a mo’ di parlamentario. Patti: o s’arrendessero a discrezione; o promettessero tutti, insino all’ultimo, di tornare all’obbedienza delle Sante Chiavi e di pigliar soldo sotto gli stessi suoi ordini, di lui, Pierluigi, che li avrebbe spediti — non contra Perugia — ma contra i colonnesi di Rocca di Papa e di Palliano: altrimenti sarebbesi compiuto il proposito d’intorniare il castello di legna secche e d’incendiarlo; scegliessero.

E — com’è naturale — scelsero il meno peggio dei mali: quello, cioè, di riassoggettarsi al pontefice e di militar col Farnese.

Solo il Cavalier Nero avrebbe voluto opporsi a simile vergognosa arrendevolezza; ma le proteste, i clamori, le minacce de’ suoi compagni gli mozzarono sul labro i sermoni e lo fecero piegare a sua volta.

Del resto — nella stretta dell’ultimo momento — a lui pure soccorse un pensiero, che gli fece intravedere quella capitolazione sotto un tutt’altro rispetto e lo trasse a prestarvisi quasi di buon grado.

Così venne in potere de’ papalini l’antemurale della Città di Cristo nel mattino del 30 maggio 1540.

Capitolo XXIX. La taverna.

Caduto Castel Torsciano, Perugia non poteva più resistere a lungo.

Panta Almenna dette sibbene una brava pettinata ai cavalli di Alessandro Vitelli, che — preso quel forte — s’erano avviati al Ponte Pattolo per devastare le campagne. Gli altri difensori della città, condotti dal Baglione e dal dalla Staffa tentarono sibbene una nuova uscita, con la quale, — meglio avventurati che non nella prima — giunsero a respingere e sbaragliare il grosso dell’esercito farnesiano che — dopo il fatto di Pretola — s’era cotanto avanzato da cacciarsi sin dentro il Borgo di Fontenuovo e — per gli oliveti del monistero di Monteluce — accostarsi alla porta di Sant’Antonio. Una batteria situata sul monte di Porta Sole li coglieva in pieno lungo la via scoperta de’ Cappuccini, per la quale si erano volti in ritirata e ne faceva macello. Giunse sibbene da Rimini messer Roberto Malatesta, col soccorso di qualche barbuta. Ma erano — diremo — pannicelli caldi.

Le spelazzate alle campagne, l’esaurimento de’ quattrini — a grande fatica — accattati, fecero scarseggiare, poi difettare totalmente le vettovaglie e mancar le paghe a’ soldati. Il Baglione, ch’era mosso da ingordigia di bottino e da avidità di salario più che da nissuno amor patrio, strepitava, minacciava, a ogni tratto d’andarsene e di sciorre la sua mal cappata accozzaglia. Un consiglio generale, tenuto il primo giugno — nell’atto istesso che le milizie respingevano i primi attacchi nemici — deliberava spedire a Roma il cavalier Gian Benedetto Montesperelli e messere Orazio della Corgna, a chiedere perdonanza e indulgenza. N’ebbe vento il popolame minuto e se n’adirò, sbraitando per le vie di voler impiccare a gueffi delle case quattro quinti de’ traditori Venticinque. Taluni di costoro, e primissimi quel Giulio della Corgna e quel Tindaro degli Alfani, che avevano sempre parteggiato per gl’indugi e.... la manna del cielo, n’ebbero la tremarella, ed il primo così potente, che lo trasse a fuggir furtivo dalla città; l’altro si preparò ad imitarne lo esempio col mandar fuori tutto il meglio delle sue argenterie, arredi e supellettili, il che scoperto, venne arrestato, posto prigione e poco mancò la bordaglia irritata e schiamazzante non lo mettesse a pezzi. I maggiorenti — gli uomini del commercio, del lavoro, del danaro che ce n’è sempre — si sgomentarono di tutto un simile arrugginìo e cominciarono a sobillare il Baglione perchè trattasse della resa. Il Baglione non domandava omai di meglio e, due dì dopo, il 3 giugno, la resa venne trattata.

Contava egli tra’ suoi medesimi avversari un congiunto — Gerolamo Orsino. A costui spedì, quindi, un suo araldo proponendo una capitolazione. Il trattato venne discusso presso il monistero di Monteluce e stabilito come segue: