Presumibilmente nulla poteva intervenire, che gli sconcertasse un simile piano.

Tutto lo assunto compendiavasi nello accaparrarsi il concorso di quattro o cinque ausiliari, che — per quattrini, s’intende — consentissero a prestargli mano nel divisato rapimento; ed era ovvio che cosifatti satelliti dovesse ricercarli tra le milizie del Baglione, da vari giorni già arrivate in Perugia e che racchiudevano ogni maniera de’ più eterocliti elementi, e non durar pena a trovarli.

In capo della via, allora detta Nuova, perchè costrutta nel 1390, piegando verso l’Arco di Augusto, aprivasi una lurida bettolaccia dalla porta sgangherata, le tavole unte e bisunte, le panche traballanti su’ loro piedi sconnessi, dove i soldati e i capilance di quelle milizie avevano preso l’andazzo di convenire ogni sera, in cui non fossero di guardia alle mura, per accoppare il tempo giuocando a zara e sbevazzando vin cotto delle Marche, o vin crudo delle Romagne.

Ivi trasse una sera Tre-Grazie, nello intendimento di farvi, a bell’agio, i suoi studi.... in anima vili e la sua scelta.

Confidente nel proverbiale in vino veritas, era egli persuaso che, in nessun luogo meglio che alla taverna, avrebbe potuto formarsi uno esatto criterio sul carattere e l’indole vera dei farabutti, cui era sul punto di domandare sussidio.

Tra superiori e subalterni, ce ne trovò, infatti, congregati bene una ventina, gli uni stretti in circolo attorno a un tavolo su cui due loro compagni si garrivano, o ai dadi o alla mora, prima le paghe, poi il cavallo, poi la daga, la spada, il pugnale, il moschetto e — finalmente — la loro parte di bottino... in fieri; altri a cavalcioni di una panca, con le gomita puntellate al sordido desco e gli occhi già imbambolati dalle reiterate libazioni: altri, infine, o accoccolati o stesi addirittura sul terroso pavimento e immersi nel sonno.

I morioni, le barbute, gli elmetti, le partigiane, i centuroni, i cosciali, smessi da’ giuocatori e da’ bevitori, per istar meglio in panciolle, giacevano alla rinfusa in un canto della stamberga, cui davano l’aria d’un magazzino di rigattiere antiquario.

L’ostessa — grossa contadina di Foligno, dall’epa regurgitante, gli occhi lagrimosi e il mento barbuto — s’affaccendava, da destra a manca, qui recando un paio di bicchieri di stagno, là un fiasco di Sangiovese, dove una frittatina grassa al battuto di lardo, dove una lucernetta d’ottone a tre becchi, per meglio rischiarare una partita ai dadi.

Appesa nel mezzo del soffitto a vôlto, nero come quello d’una cantina, un enorme lanternone di ferro, dai vetri fuliginosi e dal lucignolo scoppiettante, spandeva la sua luce tetra e rossastra su quella scena bizzarra.

Quando vi penetrò il giovane capitano Tre-Grazie, la bettola echeggiava de’ più bestiali e assordanti clamori: giuocatori, che si bisticciavano e, dalle parole, minacciavano passare alle busse; capilance, che gridavano più forte, per sedarne la bizza e ricondurli al silenzio; beoni che tempestavano le tavole di colpi, per richiedere nuovo alimento alla loro sete da spugne, o che — in quella beata estasi della prima ebrezza — intuonavano sguaiate ed oscene canzonacce; tutti i dialetti, tutte le imprecazioni e bestemmie più accidentate, che s’incrociavano, come razzi e girandole, in un fuoco d’artefizio; formavano una chiucchiurlaia di suoni, di urla, di strilli, così strepitosa, da disgradarne due locomotive, quando si rasentano, in uno scambio di convogli sotto una galleria ferroviaria.