Tre-Grazie sedette, si fece apprestare un bicchiere di lambrusco riminese e prestò attenzione.

— Bada, Guidalesco — vociava uno de’ giuocatori, mentre agitava il bossolo fatale — se perdo anco questa, che sia impiccato, che sia, se non diserto domani e non piglio su il mio moschettone nuovo della fabrica di Milano e quel famoso colpo di stocco, che m’ha insegnato lo svizzero Gaspardo di Feltz, per andarli a profferire a Sua Grandezza, Monsignor Duca di Castro, che Dio faccia campare mill’anni e che sarà sempre meno tirchio e noioso di questo branco di bottegai perugini!

— Tieni la lingua a posto, Brancaccio! — gl’intimò un capo bandiera — o che io, se la duri, ti fo legare su stretto peggio d’una salsiccia e mortificare le carni, come ad un santo anacoreta!

— Ho detto: se perdo! — fece remessivamente Brancaccio.

— E hai perduto — gli ghignò in volto il suo antagonista.

— Sacramento! — urlò il perdente e s’allontanò dal tavolo, dopo averla quasi sfondata con un pugno.

Tre Grazie lo chiamò a sè.

Aveva cominciato a scegliere.

Per via dello stesso Brancaccio — scampolo di galera che, a furia d’aver mutato padrone e militato sotto tutte le insegne, non ricordava più tampoco il paese dov’era nato — non tardò a stringere lì per lì, conoscenza con altri tre birbaccioni, i quali — udito di che si trattasse e dopo essersi fatti un po’ tirare per quanto al compenso, — consentirono tutti di mettersi a’ suoi ordini e di aiutarlo in ogni sua impresa.

Ma il proverbio dice che se il diavolo fa spesso le pentole non fa sempre i coperchi.