Infatti — tra i frequentatori della taverna — tutti indistintamente o assorbiti dal giuoco, o avvinazzati o dormienti, epperò non in istato di prestare la minima attenzione al crocchio misterioso che Tre-Grazie e i suoi quattro accoliti formavano in un canto — uno per eccezione ve n’era, che vi badava ed anche tendendo molto l’orecchio.
Era costui un giovane capo di lancia, alto, ben fatto, pallido, melanconico, il quale non si trovava in quel luogo che per mero caso, indottovi da uno de’ suoi commilitoni, quello istesso che, poco prima, aveva ammonito Brancaccio. Chiassone e sollazzevole quant’altri mai, questo suo compagno non aveva tardato molto a staccarsi da lui per assistere ad una partita di zara; cosicchè egli era venuto a trovarsi tutto solo in mezzo a un ambiente, che — stando alle apparenze — non doveva minimamente confarsi nè a’ suoi gusti, nè al suo carattere.
Volendo tuttavia — per non mostrarsi scortese — aspettare ad andarsene che la partita di zara fosse finita; e’ s’era addossato frattanto ad una delle pareti e stava là ritto, tutto assorto ne’ propri pensieri; quando talune parole rivolte a fior di labra da Tre-Grazie a Brancaccio, lo scossero vivamente e lo trassero da quel sue meditare.
Tali parole erano le seguenti:
— Quindi passare al soldo del signor duca Pierluigi Farnese!
Il giovine, all’udirle, ebbe come un trabalzo di sdegno; si staccò un momento dalla parete; fece un passo inanzi; ma quindi — mutato aviso — tornò a riprendere la sua postura, mormorando fra sè stesso:
— Sta bene! vi terrò d’occhio!
Capitolo XXX. Il ratto.
Fatto l’accordo, i Venticinque che — malgrado il pattuito — non s’estimavano troppo al securo, si disposero ad abbandonare la città con le proprie famiglie, ricovrando poi, come fecero, quali a Siena e quali a Firenze.
Del numero — e tra i primi — fu naturalmente Bartolomeo della Staffa, che aveva coscienza di essersi adoprato per la santa causa della sua patria assai più che chiunque; epperò certo d’essersi, più che chiunque, attirato sul capo l’odio dei Farnesi.