E lo aveva fatto.
Apparteneva alla istessa sua lancia un napolitano di Santa-Maria-Capua-Vetere, amico intimo d’uno de’ tre birbaccioni, di cui Brancaccio aveva procacciato il concorso a Tre-Grazie. Per mezzo di colui — il quale gli doveva gratitudine perchè gli doveva nientemeno che la vita — egli s’era, quindi, messo a portata di conoscere tutti gli andamenti ed i progetti di costoro. Ignorava, ben vero, a danno di chi fossero precisamente rivolti; ma, in isgrosso, sapeva in che consistessero; sapeva, cioè, come Tre-Grazie lavorasse sott’aqua in prò e forse per conto e per mandato di Pierluigi Farnese, e come scopo precipuo di un tale lavorìo fosse il rapimento di una fanciulla. E non c’è bisogno di soggiungere che s’era proposto d’impedirlo.
Si confidò al suo gaio collega, Jacopo Barizello da Lodi, detto Il Felciata, quello stesso, che lo aveva introdotto nella taverna dell’Arco di Augusto; si aggiunsero un altro capo di lancia, certo Valentaccio Ciprigni di Macerata: e — tutti tre uniti — come seppero Tre-Grazie ed i suoi usciti di Perugia e trovandosi pienamente liberi, perocchè prosciolti dal Baglione; si posero su le costoro pedate.
Tre-Grazie li vedeva inoltrarsi non senza molto dispetto misto a qualche po’ di paura. Perciò, appunto, dava sempre più forte di sproni ne’ fianchi del proprio cavallo, sperando poterli incrociare e passar oltre tanto velocemente, ch’e’ non dovessero badare all’umano fardello, che si recava in braccio.
Ma nella istessa guisa e nello istesso mentre che l’avanzarsi di que’ tre metteva a lui nel cuore dispetto e paura; un debole raggio di speranza s’insinuava, per la medesima cagione, nel core di Bianca. — La poverina, alla loro vista, erasi un cotal po’ rianimata e, facendo forza delle braccia per sollevarsi più alto del suo rapitore, stava già nel procinto di chiamare al soccorso; quando un lungo grido partì dal gruppo de’ tre cavalieri, cui ella rispose con un altro grido:
— Bianca?...
— Neruccio?...
Sì; il pallido e melanconico capolancia, che cavalcava tra il Felciata ed il Valentaccio, non era altri che il nostro Neruccio Nerucci, da noi lasciato ferito ai piedi di monte Osèro, nel povero casolare della Chiappa, in mano del vecchio Luca Rinolfo, padre di Terremoto.
Risanato; ma senza più aver novella nè di costui, nè della sua Bianca; ma senza aver modo al momento di guadagnarsi la vita; e’ si tolse un bel mattino di là, e, pedibus calcantibus tirò via per Parma, Bologna, Firenze, nel duplice scopo di rintracciare l’amata fanciulla e di procacciarsi qualche onesto mezzo di sussistenza.
Durante la sua lunga peregrinazione, sciupò le vesti e quel po’ di quattrini, che gli rimanevano nel borsello; dovette vendere armi ed arredi per ritrarne alquanti altri, che furono bentosto pure esauriti ed a Firenze — nudo, crudo, disperato — sarebbesi visto nel duro stremo di basire d’inedia, se non gli fosse giunta in tempo a salvarlo, la notizia della impresa, cui s’accingeva il Baglione. L’odio suo non mai sopito contro Pierluigi Farnese lo trasse ad accorrere sotto le bandiere di lui e sappiamo in qual modo ed a quali patti: il caso — o la providenza — lo traeva adesso dinanzi alla diletta donzella, con tanta solerzia e sempre indarnamente ricercata.