— Bianca!

— Neruccio!

Al chiaror della luna, i due giovani s’erano riconosciuti e questi — cacciando inanzi a spron battuto il proprio cavallo — erasi già avventato ad arrestare pel morso quello di Tre-Grazie.

L’urto fu violento.

Gli animali s’impennarono, rincularono rovinosamente e misero i cavalieri a un pelo di traboccar giù d’arcione. Malgrado ciò, poterono mantenersi in equilibrio e — risospinti inanzi i cavalli — sguainarono entrambi la spada, apparecchiandosi alla lotta.

Senonchè Neruccio trovavasi nella più sfavorevole situazione, non potendo drizzar la punta contro il proprio avversario, senza correr rischio di ferire, in pari tempo, anche la sua Bianca, della cui persona quello facevasi abile schermo. Tentò, quindi, con una svelta manovra, di buttarsi da un lato per coglierlo alla sprovista.

Ma Tre-Grazie lo prevenne.

Mentr’egli faceva girare il proprio cavallo, che, scalpitando, andò quasi a rasentare quello di Tre-Grazie; questi, che tenevasi aquacchiato dietro il corpo di Bianca e col braccio destro penzolo verso terra, con un rapido movimento, rialzò questo braccio e stese inanzi la spada con tutta la forza della sua gracile persona.

Il cavallo di Neruccio — nel cui ventre la spada del giovine capitano era penetrata fin presso all’elsa — s’inarcò su le gambe deretane e — con un lungo nitrito di dolore — precipitò sul fianco, traendo seco, nella caduta, il proprio cavaliere.

Intanto Brancaccio ed i suoi tre camerati avevano raggiunto il loro comandante e — tratta a lor volta le draghinazze — si scaraventavano su Valentaccio e il Felciata.