Era il Cavalier Nero.

Costui — senz’altro chiedere — ordinò agli uomini che lo seguivano di legar ben stretto Neruccio e tenerlo prigione e — d’altro lato — di abattere alcuni rami d’albero, de’ quali formare alla meglio una lettiga.

Composta che fu, vi fece adagiar sopra donna Olimpia de’ Marazzani e — traendosi dietro Neruccio — ripartì con essa in direzione di Perugia.

Poco stante, giunse sul medesimo luogo Bartolomeo della Staffa.

L’arrivo della giumenta di Bianca lo aveva posto in sospetto di qualche sciagura. Fatto però arrestare il rimanente della sua famiglia in sul punto dov’erano pervenuti, s’affrettò a retrocedere per correre alle indagini.

L’incontro dei cinque cadaveri, che trovò stesi al suolo, dov’erasi impegnata la mischia fra Neruccio e Tre-Grazie ed i loro seguaci; lo rese certo della temuta sventura ed — un po’ pel giusto timore di non esporre sè ed i suoi a qualche maggiore pericolo; un po’ per altra ragione, che non tarderemo a conoscere — stimò prudente ritornarsene su i propri passi e continuare la via dell’esilio.

Capitolo XXXII. Terremoto ritorna in scena.

Brancaccio, non ismettendo un attimo dallo stimolare il proprio cavallo, girò in breve ora intorno a Perugia e giunse agli avamposti dello accampamento pontificio. Ivi, senza declinare il proprio nome, si annunziò quale emissario del capitano Tre-Grazie e domandò di essere immediatamente ammesso alla presenza di Sua Grazia, monsignor duca di Castro.

Pierluigi Farnese stava, in quel punto, chiuso nella migliore stanza di un modesto casolare di Pretola, dove aveva posto quartiere, bisticciandosi acremente con Alessandro Vitelli, che non voleva, per nessun conto, menar buoni e ritenere per validi i patti concertati fra l’Orsino e il mandatario di Ridolfo Baglioni. Indarno osservava il Farnese essere troppo tardive le rimostranze: il Vitelli non voleva chetarsi. Ad interrompere il litigio si fe’ inanzi opportunamente la chisciottesca figura del Trentacoste avvertendo il suo signore e padrone del sopraggiungere di Brancaccio.

A pena udito il nome di Tre-Grazie; il figlio di Paolo III, che ne attendeva forse ansiosamente le novelle, non istette a badar oltre allo impetuoso vocìo del suo immediato subalterno e — pregatolo, più o meno cortesemente di lasciargli sgombero il posto — dètte ordine a Trentacoste d’introdurre il messo del suo prediletto aiutante.