E come fondate sul vero quelle paurose dicerie, meglio lo avrebbe creduto chi vi fosse passato in su la mezzanotte del 4 giugno 1539, tanto n’era strano e spaventevole l’aspetto.
Su la bassa fronte del tozzo e diforme edificio, che disegnava la sua negra mole s’un cielo annuvolato e procelloso, brillavano altrettanti occhi di brage: erano le finestre del pianterreno, dalle quali traspariva una luce rossastra e fumosa come d’incendio. Dallo interno s’udiva un confuso frastuono d’armi e di persone e un alternarsi di voci minacciose e di esecrande bestemmie. Ci sarebbe stato a scommettere che là dentro si celebrasse la messa nera o, per lo meno, si ripetessero le mostruose orgie di sangue, per cui, cento anni prima, quel Gilles di Laval, ch’erasi guadagnato il nome di Barbe-Bleu, lasciò il capo sul ceppo.
Un mistero vi si nascondeva di certo.
Ma non mancava probabilmente chi proponevasi penetrarlo, perocchè vi fosse qualcuno che — strisciando catellon catellone fra l’intricatoio di licheni e di arbusti che circondavano il castello e ne vestivano il piede — cercasse accostarsi ad una di quelle sue finestre che davano luce.
Adagio adagio e proprio come la dònnola quando s’insinua nel pollaio, vi giunse finalmente e — mascherato dal fogliame d’un càppero che ne otturava gran parte del vano — vi spinse in mezzo la faccia e cacciò dentro lo sguardo.
L’ambiente era una lurida stanzaccia a vôlto depresso, che originariamente aveva dovuto servire di tinello pe’ famigli e gli armigeri, le cui pareti, annerite dalla fuliggine del tempo e luccicanti per le viscide striscie de’ lumaconi, annebbiava uno spesso velame di polverosi ragnateli. Vi si tenevano in giro una dozzina d’uomini da’ ceffi promettenti nulla di buono e più vestiti di armi che non di panni, taluni de’ quali — i peggio in arnese — reggevano a mano torce resinose, d’ond’emanava la luce rossastra che si travedeva di fuori.
Erano signori e servi.
A capo di quelli figurava uno, col quale femmo già conoscenza a Parma in occasione della contesa per la mula papale; era il compagno di Stefano Nicelli, il conte Giambattista Nicelli, marchese della propinqua terra di Cattaragna e signore eziandio delle crollanti mura di Castel Canafurone, che — una volta fattesi inette alla difesa — egli aveva derelitto e lasciava cadere completamente in isfascio.
Intorno a lui, stavano diversi altri Nicelli, tra i quali i conti Melchiorre da Niceto e Gianfrancesco da Ebbio: e — dallo atteggio di tutti e specie da’ loro discorsi — chiaro appariva come attendessero persone, con le quali s’erano dati la posta in quel luogo solitario e selvaggio.
Nè queste tardarono gran pezza ad arrivare.