Primo fu il capitano Lorenzo Villa, con dietro un centinaio d’uomini d’arme, uno de’ quali il nostro Neruccio: poscia, il conte Giovanni Nicelli da Monte Ochino, uomo prepotente e feroce, il quale, dopo di Stefano, vantava la maggiore primazia su le genti del suo casato.

Apparentemente era costui che gli altri aspettavano, poichè quasi tutti — al suo sovraggiungere — dèttero in una esclamazione di sodisfacimento: ed il marchese di Cattaragna, affrettandosi ad incontrarlo:

— Ebbene? — gli chiese con ansia.

— Ebbene — rispose il nuovo venuto, mentre gli altri gli formavano cerchio d’intorno — il tradimento è proceduto dai Santafiora e dai Camia!

— N’ero certo! — fece il da Niceto.

— Scellerati! — sciamò il da Ebbio.

— E come sono andate le faccende? — dimandò il marchese di Cattaragna.

— Ve lo dico subito — soggiunse l’interrogato — e, perdio, se avete sangue che vi scuota i polsi dovrete inorridirne con me. V’è noto come al nostro misero Stefano, nella sua qualità di capo delle nostre famiglie, grandemente premesse il portarsi a Piacenza, per ivi regolare co’ Mandelli e coi Landi le questioni pendenti su i dazi dello Spettine e della Crocelobbia e su gli scavi delle Ferriere; ma non vi si affidava, la cagione del malaugurato affare ch’ebbe l’anno scorso a Parma e che gli tirò su la testa la taglia di cento ducati. Stava appunto nella maggiore incertezza, quando, imbattutosi a Fiorenzuola nel Legato, cardinal Del Monte, gli parve saggio umiliarglisi e richiederlo d’un salvacondotto, che questi non gli ricusò. Ma Sforza Pallavicino, il signore del luogo, ne dètte subito aviso secreto a’ Santafiora di Castellarquato, i quali sapete quanto agognerebbero spogliarci ed impadronirsi de’ nostri feudi del Valnurese. Costoro però s’accontarono coi Camia e concertarono insieme la trama infernale. Quando Stefano, valendosi del suo salvocondotto, fu penetrato in Piacenza e mentre il Legato, per un intrigo de’ Santafiora, portavasi a Busseto presso Gerolamo Pallavicino, i Camia lo denunziarono codardamente all’Orsini di Farfa, luogotenente della legazione, il quale, senza tener calcolo del salvocondotto e senza nessun riguardo per quei molti nostri aderenti e parziali, che s’intromisero e lo scongiuravano a soprassedere fintanto almeno che si fosse ricorso a Roma ed avutone risposta; fece procedere alla cattura di Stefano e volle, senz’altro, mandare ad esecuzione il bando degli Anziani di Parma.

— Maledizione! — mormorarono cupamente taluni.

— Il ventotto dello scorso aprile — seguitò a dire il conte Giovanni da Monte Ochino — sono oggi trentasei giorni, il conte Stefano Nicelli, il nostro congiunto, il nostro capitano, l’amico nostro, s’ebbe mozzo il capo in cittadella e il cadavere abbandonato ignudo su la piazza, scherno alla bordaglia, ludibrio alle cornacchie ed ai cani.