Non istette di molto, in fatto, che lo stuolo de’ cavalieri — una dozzina circa — passò, correndo di tutta carriera, a piccola distanza dal punto in cui e’ s’erano appiattati ed, in breve, si dilungò e si perse lontano nel buio e nel silenzio della notte.

Risorsero allora in piedi e proseguirono, più tranquillati, il loro cammino.

Uscendo dal bosco, poco al di là di Perugia, e traversando la strada, per cercare, dall’altro lato di essa, gli alberi, e le siepi de’ campi che servissero loro di schermo, Terremoto — al chiaror della luna che brillava sempre splendidissima — s’accorse d’esser giunto in prossimità della casa, in cui, pochi istanti prima, s’era trattenuto a discorrere col nostro Neruccio, e la indicò a Bianca, che aveva già messo a parte di quel suo colloquio.

La giovinetta, soffusa tutta di un caro rossore e palpitante di speranza e di gioia, espose naturalmente il desiderio di avvicinarsi e rivedere il suo amato; nè il buon Rinolfo — per quanto il tentarlo dovesse essere non immune da rischi — ebbe core di contrariarla.

La fece, quindi, accoccolare a piedi di un’annosa quercia, affinchè non giugnesse a scuoprirla chi, per avventura, fosse venuto a passare per quel punto; poscia, pian piano, in punta di piedi, s’accostò alla povera e antica dimora del chierico perugino.

Riconosciuta la finestra istessa, da cui, poco prima, aveva scorto Neruccio, vi si affacciò cautamente e vi lanciò dentro uno sguardo.

Ma la stanzuccia servente di oratorio e studiolo era completamente vuota; l’uscio, che la metteva in comunicazione con la stanza attigua, spalancato; e questa pure, a ciò che pareva, affatto deserta.

S’inanimì allora a girare intorno intorno alla catapecchia e a scandagliarne i pressi dal lato della porta di entrata.

Anche questa era aperta.

Vi si spinse dentro guardingo e riconobbe che, veramente, anche il primo ambiente trovavasi inabitato al paro dell’altro.