Tutta la casipola era deserta.

Un pensiero gli attraversò allora la mente, non troppo adusa alle pronte concezioni. La sua giovine signora doveva essere stanca di molto; l’alba — poichè s’era in pieno giugno — non indugiar guari a sciorre le dorate sue ali su la volta del cielo, fugandone il pallido raggio della luna e lo scintillìo delle stelle; periglioso, quindi, il restarsene errabondi pei campi e le strade campestri. Laonde pensò ricovrare, con la sua padrona, entro quell’umile casolare e trattenervisi sino a che lo scendere del bruzzolo novello consentisse loro di allontanarsi in maggiore securtà.

Bianca, ch’egli s’affrettò ad istruire di quel luminoso suo proponimento, fu, a sua volta, sollecita di accondiscendervi: il rammarico intenso, ch’ella provava nel dover renunciare alla dolce speranza di rivedere il suo Neruccio, colui che già tre volte aveva posto la vita a sbaraglio per salvarle l’onore, non poteva trovare un refrigerio che nel sostare alcun tempo nel luogo istesso dov’egli aveva dimorato, toccare gli oggetti caldi tuttavia del contatto della sua persona, respirare la medesima aria da lui respirata.

Penetrarono però nella casetta ed ivi soprasedettero alla continuazione del loro viaggio sino al calar della notte.

Nella prima stanza, trovarono un letticciuolo dalle coperte di grossa canepa sordide, sdrucite ed in vari punti chiazzate di sangue, sul quale Bianca — tolte via queste che destavano repugnanza — si sdraiò tutta vestita cercandovi un po’ di riposo; mentre Terremoto chiusa accuratamente e sbarrata la porta tenevasi ad una delle finestre in vedetta.

Durante la intera giornata fu per le campagne e vie circostanti, un continuo andare e venire di soldati, ufiziali, fanti, cavalieri, cittadini, villani, bagagli. Erano le genti di battaglia del Baglione, che uscivano di Perugia e si sbandavano: erano drappelli di papalini, che perlustravano i dintorni della città; erano taluni altri dei Venticinque che si mettevano in salvo, con le famiglie e le robe, prima dell’ingresso del duca di Castro; erano vassalli e servi che la certezza della pace riconduceva alle case disertate, ai ricolti derelitti, agl’interrotti lavori.

Ma Terremoto che — siccome il lettore ricorda — aveva lasciato Perugia, prima vi giungessero le truppe baglionesche, mal sapeva discernere, in quello andarivieni, quali gli amici e quali i nemici; e però tenevasi quatto, nella giusta tema di imbattersi nel lupo, quando appunto gli fosse parso di ricorrere al cane di guardia.

Senonchè lo struggeva il mancare affatto d’ogni vettovaglia, non tanto per sè, quanto per la sua giovine signora. Anche il suo stomaco digiuno da oltre ventiquattr’ore, provava gli atroci stiramenti della fame; ma, da lunga mano, il brav’uomo erasi abituato ad imporre silenzio a’ propri bisogni, per non pensare che a quelli de’ suoi cari.

Contemplava, con tacita angoscia, la nobile fanciulla stesa sul povero lettuccio ed immersa nel sonno e, tratto tratto, mandava un sospirone da far girare le ruote d’un mulino.

Così, nella inazione, nel silenzio, ragionando tra sè e sè col proprio appetito, trascorse per Terremoto quella giornata che gli pareva eterna.