Con un pugno, la grazia era fatta.
Primo a cimentarsi alla grande e nobile impresa fu il Bombaglino con la spada sguainata tra i denti, poi gli tennero dietro, piuolo per piuolo, cinque de’ suoi berrovieri. Così, della geldra — ch’era in tutto di quattordici uomini — sei trovavansi su la scala, quattro a terra a mo’ di corpo di riserva ed altri quattro di guardia nello interno della casa.
Il foro riquadro, sottostante alla finestra, era quello che dava luce al ripostiglio, entro cui tenevasi sempre accovacciato Terremoto. Strisciando col ventre su gli sfasciami della scala e la poca paglia, che gli aveva servito di letto, costui s’avvicinò pian piano con la faccia a quel finestruolo e, spingendo fuori cautamente lo sguardo, potè mettersi in istato di seguire, passo passo, tutte le manovre de’ suoi dieci avversari, che ignoravano la di lui presenza in quel luogo.
Il pover’uomo, osservando i costoro preparativi, sudava freddo e si crogiuolava invanamente il cervello per strizzarne un pensiero, uno spediente, uno stratagemma, che potesse trarlo incolume del cerchio di brage, entro cui vedevasi rinchiuso. Ma, per quanto premesse le proprie facoltà mentali, nulla gli riusciva di farne scaturire. Non aveva che la fenomenale sua forza bruta ed a questa — in difetto di meglio — decise di interamente e ciecamente affidarsi.
La situazione, d’altronde, era sì estrema e disperata da non ammettere nè studi, nè preparativi, nè temporeggiamenti: tutto avendo a temere, tutto bisognava osare; non potendo vincere, conveniva morire; ma vendere almeno la vita a caro prezzo.
Eppoi, non s’era di verno, non nevicava, e Terremoto — secondo la predizione di Gerolamo Cardano — non poteva temere la morte.
Egli però si dispose ad attendere il momento opportuno per tradurre in atto il suo divisamento.
Acciapinatosi il meglio possibile su la persona e trattenendo persino l’alito, affine di non destare sospetto di sè; lasciò che il Bombaglino ed i cinque suoi seguaci salissero, l’un dopo l’altro, la scala; lasciò che il primo toccasse quasi della mano il davanzale della finestra di Bianca, mentre l’ultimo gli giungeva coi ginocchi contro la faccia; ed allora — scattando repentinamente col torso fuori dal suo finestruolo ed afferrata, pei due ritti, la scala — la scostò, con titanico sforzo, dal muro e — dopo averle impresso una tremenda squassata, come ad albero di cui si vogliano far cascare i frutti maturi — la respinse violentemente lunge da sè, tanto da farla precipitare rovescia giù dal pendio e, con essa, i sei disgraziati che vi stavano sopra.
Un terribile urlo, misto di strazianti grida di dolore e di diaboliche bestemmie, echeggiò per tutta quella diserta campagna e si diffuse per le bassure del Trasimeno ripetuto in mille guise dall’eco.
Pareva che la casa dell’onesto taverniere della Magione fosse convertita in un girone delle male bolge.