— Provenienza e nazione non ci fan nulla — fece il conte Giovanni — sappiano menar bene le mani ed arrisicare la pelle e, per noi, son tutti pari: la nazione cui apparteniamo noi stessi non è più ormai che il nostr’odio e la nostra vendetta!

— E come intendete regolarvi? — gli chiese il Cattaragna.

— Semplicemente — rispose, con riso feroce, il Monte Ochino — i Camia ci hanno colpito nel nostro capitaneo, e noi colpirli nel loro; che Giovanni il Grosso paghi per Stefano il Giovine: occhio per occhio, dente per dente.... la pena del taglione!

— E quando? — interrogarono più voci.

— Quando più presto si possa: se non stanotte, la notte di domani!

A queste parole, pronunziate solennemente dal conte di Monte Ochino, la forma umana, ch’erasi tenuta speculando ed origliando fuori della finestra, sgattaiolò carpone tra i rovi e le ortiche e sparve nell’ombra della notte.

Capitolo VI. Giovanni il Grosso.

Da castello a castello.

È necessità questa, ed è, in uno, carattere distintivo de’ tempi che abbiamo impreso a descrivere.

Dalla crollante torre de’ Nicelli, passiamo alla rôcca dei Camia, sita in luogo avvallato e pantanoso su la riva sinistra della Nure, quattro miglia più in su di San Giovanni di Bèttola, tra Olmo e Revigozzo.