Ivi dimora Giovanni il Grosso, capo principale delle famiglie avverse a’ Nicelli, che contendono a questi il predominio del Valnurese.

È il mattino poco più tardi dell’alba.

Un omicciatto dalle grame apparenze, tutto da capo a’ piedi, vestito di bigio — traghettato che s’ebbe il torrente su la barchetta del navichiere — s’avvicinava al castello e — fattone scendere il ponte col declinare il suo essere — penetrava ne’ cortili e richiedeva del signor conte.

Seguiamolo.

In una piccola stanza tappezzata a scuri arabeschi, che, addì nostri, diremmo gabinetto, dove — su una grezza e pesante tavola di quercia voluminosi in folio de’ filosofi greci s’affastellavano con seste e fiale ed altri arnesi di matematica e di alchimia, tenevasi seduto il conte Giovanni Camia il Grosso, vecchio più che settuagenario, alto e corpulento, cui una lunga e candida barba dava severo aspetto di autorevole maestà, mentre un cotal risolino che gli errava continuo su le labra e negli occhi lo diceva ad un tempo benevolo ed astuto.

Noi lo trovammo già a Parma, compagno alla vezzosa fanciulla, che vedemmo fidarsi alla custodia del nostro Neruccio.

Era sua nipote.

Bianca — perocchè tale il nome di costei — era nata a Perugia da una sua figlia e da Sigismondo della Staffa gentiluomo di quella città.

Nel 1534 fu questi tra i non pochi che, nella notte del 1.º ottobre, ne apersero le porte al fuoruscito Ridolfo Baglioni e gli tennero mano ad impadronirsi del vescovo di Terracina, vice-legato pontificio, che, poscia, in uno co’ suoi auditori e cancellieri, venne posto a’ tormenti e decapitato su la publica piazza.

L’anno di poi, papa Paolo III vi spedì le sue genti capitanate da Alessandro Vitelli, il quale volse in fuga il Baglione, diroccò dalle fondamenta le sue terre di Spello, Bettona e Bastia e fece mettere a morte vari de’ suoi fautori, tra’ quali Sigismondo della Staffa.