tutto dormiva: i grilli e le cicale soltanto rompevano l’alto silenzio, che precede il risvegliarsi della natura.

La giovine donna — senza più oltre sprecare il proprio tempo in vani e perigliosi indugi — si dètte a rovistare affrettatamente ogni ripostiglio della sua stanzetta da letto. Ad una delle pareti, addossavasi un largo stipo di rovere intagliato, sostenuto da quattro zampe di bronzo. Lo schiuse. Conteneva oggetti di vestiario maschile: camiciuole, brache, giustacuori, farsetti: era il guardaroba della paggieria de’ marchesi Tedaldi. Olimpia scelse i capi che le parvero attagliarsi meglio alla sua persona e, spogliatasi di bel nuovo, li indossò sollecitamente. Tolse, quindi, le lenzuola dal letto; le congiunse insieme con un solido groppo; annodò un capo al serrame della finestra; poscia — con l’agilità di un leopardo — sgattaiolò lungo il muro della casa, toccò terra e si slanciò di gran corsa traverso i campi.

Quando, alcune ore dopo, Giovanni Anguissola andò a picchiare pianamente all’uscio di quella stanzetta e — non udendosi rispondere — vi penetrò cauto e guardingo; la trovò completamente diserta.

Le spoglie feminili giacenti sul pavimento; le vesti mancanti al guardarobe, le lenzuola penzolanti dalla finestra gli rivelarono chiaro quanto era avvenuto.

Con le sue ipocrite blandizie, la perfida donna non aveva mirato che ad allontanarlo e sfuggirgli.

A tale scoperta, un singulto di pianto rabbioso gli eruppe dal cuore; un denso velo gli offuscò la vista; brancolò intorno intorno quasi stesse per traboccare a terra e non fu che soffolcendosi delle mani al davanzale della finestra che potè reggersi in equilibrio.

Per quel sentimento di rivalità che scatta spontaneo dalla gelosia, tutta la sua collera concentravasi su la persona di Pierluigi Farnese.

Sino a quel giorno, se qualche volta aveva dato sfogo al suo legittimo maltalento, egli era stato soltanto contro della sua donna, lo instabile umore e le improvise reluttanze della quale lo irritavano in sommo grado. Ma le sue bizze avevano sempre durato quanto fuochi di paglia, sì perchè intensamente l’amava; sì perchè ne attribuiva il variabile contegno a sola bizzarria di feminile capriccio. Ma adesso non più; adesso sapeva, e in modo indubitabile, poichè ella medesima glie lo avesse dichiarato, che un altro glie ne rapiva il cuore, che un altro gli era preferito, e quest’altro era monsignor duca di Castro.

Da quel momento, tutto il suo odio ripiegavasi contro di lui.

Livido in faccia per le atroci smanie che lo straziavano; con gli occhi terribilmente fisi nello spazio, quasi volesse dar loro potenza di attingere la mèta dell’odio suo; coi capelli irti e rabuffati; il conte Giovanni Anguissola stese la mano fuori della finestra, ed, agitandosi in atto di tremenda minaccia, sciolse un duplice voto; quello di recuperare Olimpia a ogni costo e di non usarle più nessuna misericordia: quello di vendicarsi di Pierluigi Farnese.