Già, dal momento in cui aveva consumato l’eccidio dello abate commendatizio di San Savino, non s’era più dato un momento di pace. Frugando e rifrugando per tutte le castella del piacentino, era giunto a risapere, per mezzo di spie, che la sua Olimpia trovavasi ricovrata presso i conti di Santafiora. A un Tedaldi, suo intimo, aveva chiesto a prestanza la costui casa di Tavasca, in quel torno affatto deserta. Con fino avvedimento, erasi proposto di trar partito delle cerimonie, che si solennizzavano in Castell’Arquato per gli sponsali di Sforza Sforza con Luisa Pallavicino, affine di riaccostarsi alla sua diletta. Tutto eragli riuscito nel modo quasi miracoloso, che sappiamo; ed ora tutto era nuovamente a rifarsi.
Scese quindi nel cortile; svegliò l’unico valletto, che lo avesse seguito in quel luogo; gli fece rinsellare il cavallo; montò in arcioni e partì.
Per quanto perlustrasse i dintorni, di Olimpia non gli fu dato rinvenire la menoma traccia. Anzi, dalle medesime spie, che le avevano già servito, imparò da lì a poco come, a Castell’Arquato, ella non si fosse punto rivista e come anche lo stesso Farnese se se ne fosse ito.
Subitaneo e fermo sempre nelle sue resoluzioni, egli pensò allora ch’ella dovesse trovarsi dove colui si trovasse e fermò di mettersi in cerca di lui.
Da Fiorenzuola si recò prima a Roma, e, da Roma, lo seguì a Perugia.
Il rimanente ci è noto.
Capitolo XXXVII. In qual modo Olimpia fosse morta.
Nè il conte Anguissola erasi male apposto: Olimpia aveva, infatti, raggiunto il suo Pierluigi.
Come?
Nel modo più semplice.