Comunque il mese di giugno toccasse omai la metà del suo corso e facesse però un caldo soffocante; que’ uomini erano tutti ravviluppati in ampli ferraiuoli, come nello stridore del verno, e da certe punte, che uscivan loro disotto gli estremi lembi di questi, sarebbersi detti in moto, non per visitare un sacro recinto di preghiera e di pace, ma per attaccare e pigliar di assalto qualche formidabile fortilizio.
A’ loro colpi, il portinaio si affacciò allo sportello.
Il capo della schiera declinò il proprio nome, espresse il motivo che lo adduceva e chiese del padre guardiano.
Poco stante la porta girò su i suoi cardini e gli armigeri penetrarono nel cortile.
La porta si richiuse.
Il padre guardiano era alla loro presenza.
— Che volete da me? — domandò egli al loro duce.
— Padre — gli rispose costui, in atto umile e reverente — con questo picciol novero di seguaci, io sto sul punto di recarmi su le galee di Sua Maestà Cattolica l’imperatore di Lamagna, per combattere contro le ladre bulime del Barbarossa, che infestano le coste italiane di Calabria e di Puglia; ma, prima di partire, io e questi miei fidi intendiamo sciorre un voto solenne su la funebre pietra che cuopre la infelice spirata non ha guari in questa vostra casa ed offrire un ultimo tributo alla sua memoria.... compiacetevi, dunque, o padre, di guidarci alla tomba, che chiude le spoglie mortali di donna Olimpia de’ Marazzani!
Inutile il soggiungere che chi aveva parlato in tal guisa era il conte Giovanni Anguissola.
Ma alle sue parole, il guardiano rimase un momento interdetto, come non sapesse cosa rispondere e stesse mendicando pretesti.