— Ebbene — soggiunse, con qualche vivezza, il conte, dopo una breve pausa — voi non ci rispondete?... è forse contrario alle discipline della regola vostra quanto noi sollecitiamo dalla vostra cortesia?

— Oh, no, di certo — s’intromise a dire Neruccio, che, per aver vissuto parecchi anni al fianco del misero suo zio, vescovo di Fano, s’intendeva assai bene di faccende chiesastiche e di consuetudini monacali — conosco gli statuti dell’ordine e nulla può vietarlo al reverendo padre guardiano di questa pia comunità!...

— E dunque? — fece impazientemente l’Anguissola.

— Dunque — conchiuse il frate, cui le dichiarazioni di Neruccio mozzavano i sotterfugi a fior di labra — sono pronto a compiacervi.

E — fattosi rimettere la lanterna dal portinaio — accennò all’Anguissola di tenergli dietro e mosse verso la chiesa.

Ivi, indicò al conte una delle grandi pietre funerarie che cuoprivano gli avelli, dicendogli semplicemente:

— È qui.

Pronunziati a pena tali due monosillabi, uno strano movimento si operò nei seguaci dell’Anguissola. Due rinchiusero tosto l’usciolino della piccola porta, per la quale erano tutti penetrati nel tempio, e vi si collocarono contro come in sentinella; altri due si posero a’ fianchi del padre guardiano, fissandolo in faccia con minaccioso cipiglio, mentre un terzo gli toglieva la lanterna di mano; e i rimanenti — lasciato cadere il ferraiuolo, e mettendo così in mostra i poco promettenti arnesi, ond’erano armati: leve di ferro, marre e piccozze — si avvicinarono alla lapide mortuaria.

Il frate comprese subito di che si trattasse e, levando alto le braccia, con un grido di orrore, volle slanciarsi inanzi, per impedire la nefanda profanazione; ma uno de’ suoi due custodi lo azzannò violentemente per l’omero e, forzandolo a rimanersene cheto:

— È inutile, padre — gli disse — quel che vogliam fare lo faremo a ogni modo, strepitiate o non strepitiate: meglio dunque, e per voi e per noi che vi teniate tranquillo!