— Ma è un sacrilegio! — strillò il guardiano, tentando sciorsi dalla stretta brutale.
— Non ci pensate, padre — gli rispose l’armigero, ghignandogli sotto il naso — lo piglieremo su la coscienza nostra e ce ne faremo assolvere da Sua Beatitudine in persona nell’occorrenza del primo anno santo!
Dietro gli ordini del loro duce e del suo amico Neruccio, gli altri uomini d’arme avevano frattanto già compiuto il còmpito loro. Lavorando in molti, ad un tempo, con le leve, i picconi e l’arco dell’osso, erano giunti a scassinare e rimuovere la funebre pietra, scoperchiando così la tomba sottostante, dalla cui apertura un lezzo nauseabondo di putredine invase tutte le navate del sacro recinto.
L’Anguissola non attese altro: prese in mano la lanterna, e d’un balzo, saltò in fondo alla orribile fossa.
Così la chiesa si trovò di bel nuovo immersa completamente nel buio e, a chi vi avesse potuto spinger entro uno sguardo, ben strano e pauroso sarebbe apparso lo spettacolo di quelle ombre mobili a pena e susurranti intorno all’orifizio di quel fetido cavo, da cui usciva, come vapore luminoso, un debole sprazzo di luce rossastra, che ne schiarava fantasticamente i ceffi arcigni e malaugurosi.
Alcune parole profferite dall’Anguissola, mentre rovistava tra i putridi resti e le ossa umane disseminati pel colombario, avertì Neruccio che il suo novello amico er’approdato a buon fine con la sua temeraria incursione nel regno de’ morti.
— Non m’ero ingannato! — aveva egli detto.
E, subito dopo, facendo forza del braccio su l’orlo della sepoltura, ne usciva sollecito, impartendo l’ordine a’ suoi uomini di ricuoprirla immediatamente.
Mentre questi obbedivano; egli si avvicinò al padre guardiano, e, rimettendogli in pugno la lanterna:
— Padre — gli disse, con un ghigno angoscioso — Dio vel perdoni, ma voi mi avete detto menzogna!