Olimpia aveva detto al frate curante com’ella appartenesse a monsignor Pierluigi Farnese, capitan generale e gonfaloniere di Santa Madre Chiesa e fattagli preghiera d’essere a questi restituita, sottraendola possibilmente per sempre al suo rapitore, ma nel segreto e senza che il medesimo potesse averne nocumento o fastidio.
La simulazione del suo decesso fu l’unico spediente, che il frate medico giudicasse idoneo a prendere, come si suol dire, due colombi a un baccello.
Ne conferì col guardiano, cui nulla di meglio potevasi offrire della propizia opportunità di rendere segnalato servigio allo stesso figliuolo del Santo Padre e — mentre il conte trattenevasi in colloquio col nostro Neruccio — tra eglino due e la stessa Olimpia venne concertata la comedia che il più de’ monaci recitarono in buona fede, senza nemmanco sapere si trattasse di un gioco.
Al momento istesso, in cui Pierluigi, ceduto il governo a Monsignor Bernardino della Barba, disponevasi a lasciar Perugia, per far ritorno a Roma e, di là, recarsi in Abruzzo contro i ribelli Colonna; il suo segretario Apollonio Filareto gli andò ad annunziare ed introdusse alla sua presenza due gentiluomini stranieri, che domandavano conferire secolui.
Erano due giovani alti, bruni, un po’ somiglianti tra loro, comunque l’uno paresse di alquanto più attempato dell’altro, e vestiti nell’elegante e sfarzoso costume de’ cavalieri spagnuoli dell’epoca: tocco piumato in capo; giustacuore di raso, con maniche a gozzi e sparati; ampie brache a liste ed a sbuffi, allacciate poco al di sotto dell’inguine su fini calzoni di serica maglia; breve mantelletto di velluto bordato d’oro e ad alto collare trattenuto da un aureo cordone e da borchie cesellate infisse agli spallacci; lunga e sottile spada al fianco destro ed, al sinistro, pendenti dalla cintola, il borsacchino a nappe e ricami e la misericordia.
Posto piede nella maggior sala del palazzo del Priorato, dove risiedeva sempre il Farnese, costoro gli si inchinarono nobilmente, senza torsi di capo il berretto, secondo la costumanza spagnuola ed attesero in silenzio ch’egli si degnasse interrogarli.
— Chi siete? cosa volete? — li richiese egli, infatti, dopo averli squadrati a lungo d’alto in basso, con aria di palese diffidenza.
— Quanto a me — rispose il più attempato — sono Giovanni Anguissola, piacentino, conte di Grazzano, cavaliere dello speron d’oro e senatore milanese: l’amico mio è don Giovanni Osca da Valenza, gentiluomo spagnuolo.
— Di che mi richiedete?
— Dell’alto onore di militare sotto gli ordini vostri, in servizio del Sommo Pontefice e di Santa Madre Chiesa.