Paolo III se l’era fisso in animo risolutamente e, malgrado il primo scacco subito a Nizza, in occasione del suo primo colloquio con quell’altra volpe dello imperatore Carlo V, voleva ad ogni costo ritentarne la prova.
Nessuna variazione era intervenuta nel riparto e nel reggimento de’ varî stati d’Italia e dell’estero da quanto ci siamo ingegnati di divisare sino dal principio di questa nostra narrazione, senonchè, ai 20 di genaio del 1539, morto il benemerito Andrea Gritti, il corno dogale della republica di Venezia era passato sul capo di Pietro Lando e, ai 28 giugno del 1540, aveva cessato di vivere il duca di Mantova, Federico II Gonzaga «lasciando dietro di sè Francesco III, primogenito, che a lui succedette nel ducato; Guglielmo, che dopo Francesco regnò; Lodovico, che, passato in Francia, divenne duca di Nevers; e Federico che fu poi cardinale; i quali erano tutti in età pupillare, per cui il cardinale Ercole, loro zio, con la duchessa Margherita, loro madre, prese il governo di quegli Stati.» L’Europa civile riassumevasi sempre in quella grande rivalità che manteneva Francesco I di Francia in continua lotta con Carlo V di Spagna, oscitando fra’ quali, a mo’ di pendolo, come aveva ognor fatto, l’astuto pontefice prefiggevasi aumentare ogni dì più la esorbitante influenza della sua casa.
Laonde — quando, nel principio del 1543, dopo le non troppo felici sue imprese contra de’ fiaminghi e de’ barbareschi, l’imperatore venne a sbarcare a Genova — egli provide subito a mandargli incontro, per complimentarlo e sollecitarlo di un nuovo colloquio, lo stesso suo diletto figliuolo, che vi andò con grande pompa e numeroso seguito, del quale, oltre al Filareto ed a’ capitani Anguissola ed Osca, faceva parte il suo nuovo segretario Annibal Caro, da pochi mesi entrato al suo servizio.
Poche parole rispose Carlo V alle felicitazioni e meno ancora alle suppliche, che Pierluigi gli rivolse in nome del proprio padre. Tra un silenzio e l’altro, gli promise tuttavia di trovarsi nella primavera o nella state a Bologna, a Parma, od a Piacenza, dove sarebbesi potuto effettuare il desiderato convegno.
Già, nello intermezzo, ne aveva avuto luogo un altro a Lucca il 10 settembre 1541. Ivi — con l’imperatore e col papa — erano pure accorsi Ercole II d’Este, duca di Ferrara, e Cosimo de’ Medici, duca di Firenze, i quali rischiarono metter la città e le corti a subbuglio, per un litigio insorto fra loro circa alla precedenza nell’ossequiare Carlo V. Ercole volle passare il primo e Cosimo se ne imbizzarrì in siffatto modo che — malgrado la nota sua cautela e prudenza — non seppe astenersi dal suscitare uno scandalo. Il che prova come spesso anche i grandi uomini sieno molto piccini.
Carlo V «portava una cappa di panno nero, un saio simile senza alcun fornimento, e in capo un cappelluccio di feltro, e stivali in gamba, coprendo con quest’abito modestissimo — come osserva il Segni — un’ambizione superiore a quella di Ottavio Augusto, monarca del mondo.»
E tra papa Farnese e Carlo di Borgogna — vuoi per ambizione, vuoi per astuzia — l’andava, come suol dirsi da galeotto a marinaio. Il francese Luigi XI e lo spagnuolo Roderico Borgia non avevano, per nulla, spinto a sì eminente grado quell’arte del simulare e dissimulare, che ha poi assunto il dignitoso nome di diplomazia. Que’ due avevano studiato bene addentro cotesti loro archetipi e perfezionatone l’arte, cosicchè, se l’uno era fino, l’altro non l’era manco.
Come già a Nizza, tra il maggio e il giugno del 1538, Carlo V seppe così lavorare di scherma anche in questa seconda occasione, che tutte le armi insidiose del gran prete di Roma gli caddero ai piedi spuntate, senza neppure scalfirgli la «cappa di panno nero.»
Paolo III — camuffandosi, come voleva il suo sacro carattere, a semplice e disinteressato paciere — tornò più volte a trarre in campo il retaggio di Valentina Visconti, siccome quello che costituiva la cagione precipua de’ dissensi e delle guerre tra la casa di Francia e la casa di Spagna, proponendo — quale unico mezzo per comporre tale rivalità — il cederlo ad altri; mettere, insomma, in pratica il vieto proverbio che, fra i due litiganti, il terzo gode. Nè questo terzo meglio si poteva trascegliere che nell’amato suo Pierluigi, il quale — per rendere servigio al proprio padre ed aiutarlo nel pietoso còmpito di rappaciare l’Europa — sarebbesi volonteroso addossato l’onere di governare quelle provincie.
Un freddo risolino tutto peculiare all’ibrido dominatore della Spagna, della Fiandra e della Germania, accoglieva quelle strane proposte e rilevava, col trasformarsi in tagliente soghigno, tutti i sottintesi, che si chiudevano nel loro pretenzioso carattere di mansuetudine e di sacrificio.