Quel ghigno sembrava dire:

— Lo credo anch’io che il tuo beniamino si sobbarcherebbe, senza troppe schifiltà, al governo di quelle provincie, che sono una delle più belle gemme della mia corona!

E però — senza risponder mai nè affermativamente, nè negativamente — lasciava cascar nell’aqua la conversazione; mutava quasi inavertitamente soggetto e faceva menare il can per l’aia al desolato pontefice, il quale — rodendosi di rabbia, ma occultando il proprio dispetto sotto quella vernice di indifferenza e di bonomia, in cui era sommo maestro il fondatore della Compagnia di Gesù — dovette ritornarsene a Roma con le pive nel sacco.

Non si scosse, per altro, dal suo proponimento, al quale tornò, come abbiamo detto, con anche maggiore insistenza di prima, due anni dopo aver subìto quella seconda sconfitta.

Il 1542 trascorse senza gran che di rimarchevole. «Provossi in questi tempi — come ce ne informa l’Isnardi nel Diario Ferrarese — il flagello delle locuste, specialmente in Lombardia» — morì a Edimburgo re Giacomo V Stuard, e ne fu erede quella disgraziata sua figlia Maria, per la quale il trono di Scozia doveva rimutarsi in un ceppo patibolare; — l’imperatore sanzionò l’acquisto che, due anni prima, don Ferrante Gonzaga aveva fatto di Guastalla, pagandola ventiduemila dugent’ottanta scudi di oro a quella nuova Messalina, che fu la figlia di Ercole Gonzaga, conte di Novellara, il quale se n’era reso padrone nel 1522, scannandone il legittimo signore, Achille Torelli, per sospetto d’adulterio con la propria moglie; — a Piacenza il legato pontificio monsignor Vegerio venne sostituito dal cardinale Oberto Gambara da Brescia legato della Gallia Cispadana; — ed il cardinale Guid’Ascanio Sforza di Santafiora, vescovo di Parma, cedette i propri feudi al fratello Sforza Sforza, signore di Castell’Arquato, con che questi si assumesse di sostenere e definire le gravi liti, ch’egli medesimo aveva iniziato con la possente casata dei Rossi di San Secondo.

Del resto, ripetiamo, nulla intervenne in detto anno meritevole di particolare rimarco, senonchè Francesco I di Francia — irridendo al proprio agnome di Cristianissimo, con lo stringersi in alleanza all’islamita Solimano, il Grande, il Conquistatore, il Magnifico od il Legislatore, che si voglia chiamarlo — ruppe nuovamente guerra allo imperatore Carlo V, ed inviò in Piemonte, contro il marchese del Vasto, l’ammiraglio Claudio d’Annebaut, barone di Retz, con un grosso di truppe, che da’ cesarei venne, in breve, battuto, sconfitto, disperso.

D’un tale rinfocolarsi delle ire franco-spagnuole pensò novellamente il papa poter fare suo pro’, ritornando alla carica onde ottenere pel suo prediletto figliuolo l’agognata ducea di Milano, ed intanto mise fuori ed accreditò la voce ch’egli intendesse nominarlo signore di Parma e di Piacenza.

Sino dai primi giorni del 1543 Luca Contile, infatti, scrivendo a Ippolito Curzio: «Non mi accade dirvi — annunziava — che il signor duca di Castro è fatto duca di Piacenza, et di Parma. Io me ne rallegro per più rispetti, primieramente perchè sono affetionatissimo alla casa Farnese, et perchè verranno in coteste bande una schiera di virtuosi amici miei.» De’ quali rallegramenti noi non possiamo troppo rallegrarci con la memoria di messer Luca Contile.

Tale voce, tuttavia, non è facile lo appurare per qual vero fine fosse posta inanzi dal furbo pontefice. Chi riteneva avess’egli renunziato alla vagheggiata speranza di ottenere la ducea milanese pel duca di Castro, onde farne investire il costui figliuolo Ottavio, assegnando realmente a quello, in compenso, i possessi pontifici di Piacenza e di Parma; chi opinava, invece, non fosse quella che un’abile manovra per intimidire l’imperatore e forzargli la mano: e questa era la versione più universalmente accettata.

Forte della favorevole risposta che lo stesso Pierluigi gli aveva recato da Genova, Paolo III, si mise subito in moto per tradurre in atto i propri progetti, e, corse su le tracce dell’imperatore, col quale voleva ad ogni costo conferire; ma che sempre sguizzavagli di mano come pesce nell’aqua.