— E non sapete nulla di Sua Beatitudine, il nostro Santo Padre?

— Non sapere?.... tutto sapere!... Sua Peatitudine aferla feduta arifare a Barme, tofe bresentemente si drofa.

— E vi è stato detto quando intenda recarsi in questa nostra città?

— Tetto! tetto!... cranti e moltissime cose escermi state tette; ma io non potere carantire ferità cose statemi tette.

— Siete tedesco, voi, se non erro.

— Sì, sì, tetesche, molto tetesche, e molto difote Santa Peata Fercine Santissima e Nostre Signore Ciesù Penedetto!...

Era evidente che Pellegrino studiavasi d’apparire assai più soro e scimunito di quanto realmente non fosse, e doveva necessariamente avercene delle buone, o cattive ragioni, che non tarderemo a conoscere.

Pertanto il padre guardiano, che non poteva rifiutare asilo a straniero pellegrinante per motivo di religione e tanto divoto della Beata Vergine e di Nostro Signor Gesù Cristo: dètte ordine al frate portinaio di lasciarlo entrare, in uno col suo valletto, d’assegnar loro un posto in foresteria e di trattarli convenientemente.

Il portinaio era un vecchio laico, già stato questuante della comunità, posto in quescenza alla custodia de’ chiavistelli del gran portone d’ingresso, perchè le gambe, che gli facevan sotto giacomo giacomo, non gli consentivano più di gire cotidianamente a zonzo per la borgata e i dintorni con la bissaccia in collo e il bordone tra mani, per ritornarsene carico delle spoglie opime carpite alla buona fede de’ grulli. Ma se aveva logori e fuori d’uso i muscoli duttori delle anche, non così poteasi dire di quelli della lingua, che serbavano tutta l’elasticità e l’instancabile vigore de’ primi anni.

Fra Simpliciano da Voghera ciaramellava altrettanto da solo, quanto, riunite, tutte le ciammengole d’un quartiere de’ Camaldoli di Firenze. I vassalli e familiari di messer Gerolamo Pallavicino gli avean posto nome Il parlatore eterno e dicevasi in convento ch’ei non si chetasse dal cinguettare nemmanco quando dormiva.