Fu, dunque, costui che si mise a’ fianchi di Pellegrino di Leuthen e del suo giovane servidore e — dopo mostrato loro i poveri sacconi su’ quali avrebbero potuto passare la notte — li menò in giro pel convento, istruendoli, com’era suo costume, di quanto esso accoglieva di più ragguardevole in fatto d’arte e di storia.
In sagristia trasse fuora dal cassabanco un grosso volume rilegato in cartapecora e, squadernandolo sovra uno de’ stalli:
— Questo, vedete — disse loro — è il libro delle note, dove, sin da quando la nostra religione venne introdotta a Busseto, i padri cominciarono a segnare le vicende della comunità e i fatti più rimarchevoli del luogo; ora sono io, che lo tengo, e non fo per laudarmi, chè la vanagloria è sempre stata uno dei peggio peccati, ma non lo si è mai visto tenuto in uguale bell’ordine!
E, curvatosi sul libro, tolse in mano una grossa penna d’oca; la intinse nel calamaruccio di stagno, che trovavasi su lo stallo; quindi — voltosi a Pellegrino:
— Piacciavi, messere — gli disse — declinarmi il riverito vostro nome e quello del compagno vostro, affine io li registri qui, di seguito agli altri, come di forastieri, che albergarono nel nostro convento o l’onorarono di loro presenza.
— Foi tite mio nome? — fece il tedesco, per guadagnar tempo — oh, mio nome molto tificile a scrifere!... mio nome essere Gotifredo di Wranchgotzhausen.
— Troni e dominazioni! — sclamò fra Simpliciano, quasi avesse udito pronunziare il nome di Satanasso — Golfitrido di Vransgosgagus!... sembrano parole arabiche, che il Signore le danni!
Nondimeno, s’ingegnò del suo meglio a mettere in carta qualche cosa che somigliasse a quella stramba cacofonia.
— E il compagno vostro? — domandò quindi a Pellegrino.
Il tedesco — anche più impicciato a questa seconda, che nol fosse stato alla prima dimanda — lanciò di sghimbescio uno sguardo furbesco al suo giovane fante, il quale si fe’ inanzi ardimentoso e, con voce argentina: