— Il mio nome? — chiese.
— Appunto — affermò lo zoccolante portinaio, sempre curvo sul suo grosso registro — come ti chiami?
— Lazzaro d’Alpinello — gli rispose il ragazzo, scambiando col suo principale una ironica occhiata di scherno.
— E i luoghi di vostra nazione? — riprese il frate.
— Io — fece Pellegrino — essere nate a Katzenellenbogen tra l’Odenwald e Wettergau nell’Assia.
— Ed io — soggiunse il ragazzo — a Santa-Maria-Capua-Vetere in Campania.
Il pover’uomo — a dover scrivere tale filatessa di nomi — sudava caldo, come lo avessero aggiogato a un aratro. Comunque, se la cavò del suo meglio e, deponendo la penna, mise un grosso e sonoro respiro, quasi avesse compiuto una delle dodici fatiche di Ercole.
— Pelle porcate Pussete! — sclamò allora il tedesco, tanto per non lasciar morire la conversazione e darle un nuovo indirizzo.
— Borgata? — brontolò il portinaio, drizzando maestosamente l’arco del dorso ed atteggiandosi ad una grottesca fierezza d’accatto — una borgata Busseto? ma che Iddio vel perdoni, messere! e non sapete che è città da oltre due lustri?...
E — sfogliettato il prezioso volume, nel quale aveva allora scombiccherato il nome e la patria dei due forastieri, sino a trovare una pagina su cui posò trionfalmente l’indice destro: