— Leggete un po’ qua — riprese a dire — leggete qua, dove il mio precessore ha annotato il fatto lo stesso giorno 4 marzo 1533 e.... vedrete!

Lazzaro d’Alpinello si piegò sul libro e lesse ad alta voce la seguente nota, che trascriviamo testualmente:

«Nota che lo serenissimo imperatore ritornando de Ungaria a casa sopravene che alogiò qui in Buxeto e per sua solla benignità ha creato questo castello in cittate; passando dico a dì 4 de marcio a hore 22 et allogio un dì et una nocte e per perpetua memoria ellese cavallier spron d’oro chiamato hestor P.no et in cassa nostra alogiò 4 lancichi nechi et la dove il magistro teneva scolla el ducha de la guardia de essa Maestà Cesarea alogio anchor lui et hera in la ditta citta alogiati ancora lo ducha de millan et lo ducha de Savoia et ant.º de leva et da poi partendosi sen ando in alexandria dove nui havesimi li provillegi.»

L’hestor P.no significava Ettore Pallavicino, il quale apparteneva alla famiglia de’ marchesi di Pellegrino, che vivevano di que’ giorni in Busseto come semplici privati.

Si desuma da ciò in quale guisa il dabbene fra Simpliciano da Voghera dovesse avere imbastardito i nomi di Gotifrido di Wranchgotzhausen, di Katzellenbogen, di Odenwald e di Wettergau.

Erano intesi a quella poco amena lettura, alloracche s’udì risuonare, a più riprese, il campanello del portone d’ingresso.

Lo zoccolante s’affrettò ad accorrervi, lasciando i due seguirlo adagio ed al buio pel corridoio, che, dalla sagristia, menava al cortile principale, dove — raggiuntolo pochi momenti dopo — si trovarono di fronte a un nuovo personaggio.

Era costui un uomo di mezza età e di mezza statura, dal volto bianco, sbarbato ed abatesco, i cui occhietti d’un nero cupo, senza luce nessuna, pareano due macchie d’inchiostro sur un nitido foglio di carta. Vestiva egli modestamente di bruno, con sopra un gamurro a capperuccio di saio marrone alla maniera marinaresca e, nello entrare in convento, era sceso da un piccolo, ma buon cavallo maggiaro. Interrogato, e dal guardiano e dal portinaio, del suo essere, nome, patria e procedenza, e di che richiedesse; egli dichiarò, a sua volta, andare in pellegrinaggio per la salute dell’anima e pel desiderio ardente d’umiliarsi al pontefice; chiamarsi Manfrone Aretusio da Vespolate; provenir di Cremona, dove in quel torno trovavasi di stanza l’imperatore, e non domandare che ricovero e nulla più.

Pellegrino di Leuthen e quest’ultimo giunto si guatarono scambievolmente in cagnesco, come se l’uno fiutasse nell’altro un avversario, un nimico, e non ismisero più un attimo dal tenersi d’occhio ed invigilarsi a vicenda. Se l’uno s’accostava ad appiccar discorso col pettegolo zoccolante della portinaria, e subito facevasi inanzi anche l’altro a metter bocca nella conversazione e ciascuno, se interrogato dal laico, lavorava destramente di scherma, per dire e non dire e non porgere mai troppo esatti ragguagli sul proprio conto, senonchè Pellegrino ed il proprio valletto non parlavano quasi mai d’altro che di Sua Maestà Cesarea l’augusto imperatore Carlo V dicendone mirabilia; mentre Manfrone Aretusio aveva, di rimpatto, sempre su le labra Sua Beatitudine Papa Paolo III ed i varî membri della illustre famiglia Farnese, cui tributava i più strampalati encomi.

Un tale contegno nulla poteva offrire di straordinario e di rimarchevole pe’ buoni Minori Osservanti, che nessuna cagione traeva a dubitare de’ loro ospiti; per contro, nelle istesse persone, che, avendolo assunto artatamente, sapevano di mentire e misuravano gli altri alla loro medesima stregua, destava i più gravi sospetti.