Ciascuno, dal canto proprio, rimuginava conghietture in cervello; ma che si azzoppavano tutte contro l’interrogativo:
— Chi può mai essere costui?
Tanto pensava Pellegrino di Manfrone e altrettanto Manfrone di Pellegrino.
Calata la notte, suonato il coprifuoco, ognun di loro si ridusse in foresteria, cercando, o simulando cercare un po’ di riposo sul rispettivo giaciglio loro assegnato.
Trascorse un’ora.
Nel chiostro regnava il più profondo silenzio; tutti parevano immersi in un sonno da ghiri, quando, pian piano, in peduli, trattenendo il respiro, facendosi lume con le mani, tre individui uscirono, l’un dopo l’altro, dal dormentorio e — per gli ànditi e le chiostrate — s’avviarono verso quella parte del cortile, dov’erano le scuderie.
Inutile dichiarare chi fossero.
Andava inanzi, pel primo, Manfrone Aretusio; al quale teneano dietro — a qualche distanza e per altra via — Lazzaro d’Alpinello e Pellegrino di Leuthen; ma nè questi sapevano di lui, nè quello di loro.
Giunti i due ultimi presso la scuderia, ch’era illuminata internamente da una fumigosa lanterna, parve loro veder passare davanti al lume di questa l’ombra di una forma umana. Ristettero però alquanto in forse e, prima di penetrarvi, come n’erano intenzionati, vi misero dentro l’occhio, facendo cautamente capolino dalle due bande dell’uscio.
Uno sguardo fuggiasco bastò ad insegnar loro con chi avessero a fare. L’ombra umana era l’Aretusio, che li aveva preceduti nella scuderia e che, in quel mentre, s’aggirava intorno a’ loro ronzini, palpandone ansioso le gualdrappe e le selle. Il furbo s’era avuta la loro istessa idea: quella, cioè, di assecurarsi se, tra gli arnesi delle loro cavalcature, non tenessero per avventura, celato alcunchè, atto a metterlo in via onde scuoprire chi veramente eglino fossero. Riusciva, dunque, frustraneo ch’e’ tentassero, dal canto loro, quella medesima prova, dappoichè tornasse ovvio non foss’egli stato cotanto soro per fornire a chi reputava suoi avversarî lo identico mezzo di rappresaglia, che sperava trarre da essoloro.