Il coraggio non era, certo, mai stata la dote prima, per cui brillasse il nostro scaltrito cimelista; ma nel caso del momento, non era tanto viltà d’animo, quanto raffinata furberia, che quella fuga gli consigliasse.

Come vedremo, nel darsela a gambe, ei preparavasi astutamente alla riscossa.

Intanto, all’alto richiamo di chi aveva azzannato l’Alpinello, accorsero diversi frati, con alla testa il guardiano ed il portinaio in coda, i quali trovavansi già in moto pel chiostro, trattivi da altre grida e da un assordante frastuono, ch’erano giunti quasi nel medesimo tempo alle loro orecchie.

Tale baccano lo aveva fatto l’Aretusio, il quale — vistosi a pena rinserrato, o per isbaglio, od a tradimento, entro la scuderia — erasi dato a martellarne l’uscio a suon di pugni e di calci ed a chiamare al soccorso vociando a perdifiato.

Liberato da’ monaci, ch’erangli subito volati in aiuto, egli pure entrò secoloro nel dormentorio, che si rischiarò d’improviso alla luce de’ lumicini, ch’ei recavano tra mani.

Dietro loro, sporse inanzi la faccia il gaglioffo di Leuthen, per riconoscere se, con le sue conghietture, avesse côlto nel segno ed uno strano spettacolo gli si parò inanzi agli occhi.

Lazzaro d’Alpinello, il suo giovane familio, coi capelli irti, il volto livido, gli occhi sbarrati, il respiro mozzo per lo spavento, teneasi ginocchioni presso l’uno de’ tettucci, in un canto del vasto stanzone, stretto sempre a’ polsi dalla ferrea mano dell’uomo, che avea posto il convento in allarme.

Dal suo valletto, Pellegrino portò lo sguardo su di costui ed una esclamazione di meraviglia fu sul punto di tradirlo.

In quell’uomo aveva riconosciuto una sua antica conoscenza.

Niente altri che Terremoto.