— Per cui — fece l’altro abbassando gli occhi, quasi sentisse vergogna della propria ostinatezza — non ci sarebbe altro mezzo che.... il mio primitivo progetto.

— Il signor duca di Castro?

— Appunto, Maestà, mio figlio Pierluigi, quello istesso, che la Maestà Vostra si compiacque già di infeudare del marchesato di Novara.

— Ed è però che mi sembra che basti.

— Ma io nulla invoco in pro della mia famiglia; è il bene de’ popoli, è l’amore sviscerato al gregge cattolico, che, da buon pastore, unicamente mi muove!

— Nè di cotesto ho dubitanza veruna; ma siamo schietti, Santità.... si può egli dare che io affidi il retaggio de’ Visconti e de’ Sforza ad uomo della tempra del duca di Castro?

— Pierluigi è il più affettuoso, il più divoto, il più umile tra’ vassalli di Vostra Maestà Cesarea.

— Vuo’ ammetterlo; ma egli è pure quel medesimo che don Fernando d’Avalos dovette cassare da’ registri delle sue truppe per le brutture, ch’egli andava commettendo; è pure quel medesimo, su cui grava sempre la fama del turpe misfatto compiuto su la persona del vescovo di Fano.

— Trascorsi giovanili, Maestà; de’ quali la stessa potestà eclesiastica l’ha, per mio mezzo, pienamente assoluto.

— Ma è stato il pontefice, od è stato il padre che gli ha concesso perdonanza?