— Figlia mia — le rispose mestamente il pontefice — armate l’animo vostro di rassegnazione, poichè l’augusto vostro genitore non vuole assolutamente condiscendere alle mie ragionevoli proposte.
— Voi, mio padre? — soggiunse la principessa, passando dal papa allo imperatore — e perchè mai vi mostrate tanto ritroso e severo con la nobile famiglia, a cui m’avete imparentato?
— Ve ne prego, Margherita — disse con calma il monarca spagnuolo — non confondiamo questioni di parentado e di sentimento con questioni di politica e ragioni di Stato... Sua Beatitudine conosce i motivi, per cui io mi rifiuto dal secondare i suoi desiderî, e sa quanto sieno fondati e giusti.
— Eh, no, no — intervenne a dire Paolo III — io stimo invece che la Maestà Vostra si lasci sopraffare da una erronea prevenzione, o sobillare da maligne insinuazioni altrui.
Tacciare Carlo V di essere lo zimbello dei maneggi e raggiri di qualche intrigante, era il mezzo più sicuro per farlo andare in bestia. E ben sel sapeva il maliziuto pontefice, il quale contava, in tal guisa, di impermalirlo e di strappargli, per via di reazione e di ripicco, ciò che non aveva potuto ottenere per convincimento.
— Insinuazioni altrui? — sclamò l’imperatore aggrottando la fronte e smettendo dal tormentarsi la barba — no, Santità; nelle mie simpatie, come nelle mie avversioni, non m’ho altro giudice e consigliero fuori di me stesso.
— Voi, dunque, odiate il mio avo? — gli chiese ingenuamente donna Margherita.
— Non odio nessuno io — mormorò Carlo V con impazienza — sono troppo buon cristiano per nodrire simil fatta di basse passioni, io!... ma, per quanta benevolenza porti al signor duca di Castro, essa non può bastare ad acciecarmi al punto di crearlo duca di Milano.
— Ah, non dite cotesto, padre mio — gridò la principessa, gittandosi a’ suoi piedi in umile atto — ve ne prego, ve ne supplico, ve ne scongiuro!... se è vero che mi amate; se è vero, come frequentemente vi compiaceste attestarmi, che io v’ispiri un affetto vivo e profondo, non mi rifiutate la grazia, che imploro piangendo dalla vostra generosità; nominate duca di Milano il padre del mio consorte!
Carlo V oscillava incerto: sua figlia Margherita aveva sempre esercitato un grande impero sopra di lui. Egli l’amava teneramente; e il vedersela a’ piedi, udirla piangere in quel modo, era una tortura pel suo cuore di padre che non sapeva tollerare. Tuttavia gli ricorse il pensiero che quelle preghiere, quelle lacrime non fossero che una indegna comedia appresa alla giovine donna dagli stessi suoi nuovi congiunti. Conosceva troppo a fondo lo spirito obliquo e le manovre artificiose di costoro, per non dover diffidare anche di lei. Impose quindi forza alla propria tenerezza e, rialzando la figlia: