— È inutile — le disse — è inutile che voi vi umiliate in cotesta guisa.... moglie al figlio del duca di Castro od al figlio del duca di Milano voi sarete sempre Margherita d’Austria, figlia di Carlo V.

— Ah, padre mio!... — sospirò la futura governatrice del Brabante — se non cedete alle mie preghiere, egli è che non per nulla il Signore Iddio v’ha situata la testa al disopra del core.

— Margherita!

— Oh, si, si!... rispetto a Beatrice di Portogallo, che è duchessa di Savoia; rispetto a Renata, la cadetta del vostro avversario di Francia, che è duchessa di Ferrara; rispetto a Leonora, la figlia di un semplice vostro vicerè, che è duchessa di Firenze, e cinge quel medesimo diadema strappato dalla mia fronte dal pugnale di scellerato sicario; cosa sono io.... io, la figliuola del più grande e temuto regnator d’Europa?... una meschina duchessa di Castro, signora di Nepi e marchesana di Novara!

— Appartenete sempre a’ reali di Spagna, agli imperiali di Lamagna.

— Ma salga domani altro membro del Sacro Collegio alla cattedra di San Pietro, e questa famiglia de’ Farnesi, cui mi avete legato, scadrà così in basso, che i figli della vostra figliuola, i vostri nipoti, Maestà, saranno poco più di poveri gentiluomini di cappa e spada, vassalli degli stessi vassalli.

Co’ suoi sospetti Carlo V aveva perfettamente colpito nel segno. Margherita parlava infatti, indettata dal marito e principalmente dallo scaltro suo avo. Quand’ella andò sposa in Roma, racconta il Segni, che «si trovò su i principî malcontenta di un tal maritaggio» e che «essendo ita a Castro e Nepi, disse che la più vile terricciuola del duca Alessandro, suo primo marito, valeva più di Castro, e di quanto aveva casa Farnese.» Paolo III erasi però sollecitato di trar profitto di simile disposizione d’animo della giovine principessa, per accrescerne il malumore e rinfocolarne le ambizioni. Egli che le aveva posto sott’occhi l’avvilente divario fra il di lei stato umile e precario e quello d’altre principesse di assai minori natali; egli che le avea insinuato la paura della propria morte non lontana e de’ gravi danni che potevano conseguirne per tutta la sua famiglia; egli, finalmente, che l’aveva consigliata ad ascoltare, origliando dalla toppa dell’uscio, uno de’ suoi colloqui con l’imperatore e ad intervenirvi allora che ne giudicasse opportuno e propizio il momento, per aggiugnere alle sue le proprie istanze.

Carlo V indovinava gran parte di tali maneggi; ma l’amor suo sviscerato per la figliuola lo acciecava da un lato, mentre dall’altro le di lei savie e considerate riflessioni lo mettevano dassenno sovrappensieri.

Stette un momento in forse; rimeggiò il tu per tu fra il cedere ed il resistere; quindi — con quel fare ambidestro ch’eragli peculiare:

— Ebbene — concluse — mi sia provato che, dopo i trascorsi che ho addebitato poc’anzi al signor duca di Castro, egli s’è dappoi contenuto sempre quale si addice ad intemerato gentiluomo e leal cavaliere, ed io impegno la mia fede di imperatore e di re che lo fo duca di Milano.