— Sì, Maestà Serenissima, ci fui con uno de’ miei buoni signori, a’ tempi delle levate per le guerre del milanese.
— Ed eri a Marignano, senz’altro.
— Sì, Maestà Serenissima, ci era.
— I francesi non l’hanno chiamata per nulla battaglia dei giganti: tu, intanto, dovevi esserne uno.
— Son grande e grosso, egli è vero, e nerboruto anche; ma ho l’animo buono e non abuso mai.... Dio scampi!... della forza, che m’ha concesso la providenza, per fare il male del prossimo mio.
— Sei un vero cristiano, dunque!
— E battezzato.... sì, maestà Serenissima!
— E qual’è il motivo che ti conduce alla nostra presenza?
Terremoto — a simil domanda — s’impensierì tutto e, chinando lo sguardo sul pavimento, si mise a torturare uno de’ bottoni del suo rozzo farsetto, quasi volesse farne scaturire le idee e le parole, difettanti al cervello ed al labro.
— Suvvia — lo inanimì il monarca, sorridendo di quel suo puerile imbarazzo — fatti core: sono l’imperator di Lamagna, re di tutte le Spagne e delle Indie anche; ma non è mai occorso ch’io abbia mangiato nissuno.... spicciati, dunque, e dimmi il fatto tuo.