— Mi vi sarei già accinto, Sire — balbettò l’Ercole valnurese — se un certo non so quale rispetto umano e la paura di recare offesa alla Serenissima Maestà Vostra non mi facessero groppo alla gola, attalchè peno un finimondo solo a metter fuora la voce.
— Si tratta, dunque, di cose assai gravi, onde tu abbia a lagnarti seconoi?
— Tanto, Sire, che le paion sino cose non verosimili e inventate da perfidia d’uomo.
— Chi riguardano coteste cose sì gravi?
— Un alto signore, un personaggio di nobilissima nazione, tale che, dell’umile e poveretto servo della Maestà Vostra, qui supplicante, potrebbe farsi, a suo agio, un solo boccone.... aup! così... come io farei d’un ovo al coccio, o d’una mela poppina!
— Il nome, il nome di cotesto alto signore e nobilissimo personaggio?
— Sua Eccellenza, il signor duca di Castro.
— Il figlio di Sua Beatitudine?
— Appunto, Maestà, il figlio.... il beniamino del Santissimo Padre.
Carlo V si drizzò in piedi come sospinto su da una molla e, dopo aver lanciato un torvo sguardo su le varie persone del proprio seguito: