— Non è, dunque, soltanto una querimonia — disse corrugando la fronte — è un’accusa, per cui ci sei venuto dinanzi.

— Maestà Serenissima — farfugliò il dabben Rinolfo sempre più sbigottito — io nè mi querelo, nè accuso; invoco solo dalla potenza Vostra, protezione e giustizia in pro della mia giovine signora donna Bianca della Staffa, nepote del fu messere Giovanni di Camia.

— Cos’ha ella a temere dal signor duca di Castro?

— Tutto Maestà, perocchè egli le insidia costantemente l’onore e non le ha mai concesso un attimo solo di pace.... guai per la mia povera signora s’io non fossi sempre arrivato in buon punto per strapparla dalle mani di quel suo persecutore.

— Come e quando è accaduto tutto ciò?

Terremoto, del meglio che seppe, narrò per disteso i vari tentativi compiuti dal Farnese, prima a Castell’Arquato, in casa i Santafiora, quindi a Perugia, in occasione della guerra del sale, per impadronirsi di Bianca della Staffa ed averla a sua posta, e come la meschina non ne fosse che quasi a miracolo scampata.

L’imperatore seguiva tale narrazione senza batter palpebra, ma in atto apparentemente freddo ed indifferente. Come Terremoto ebbe terminato:

— E chi mi sta mallevadore — gli disse severamente — che quanto tu mi racconti non sia appunto che una perfida insinuazione?

Terremoto stava forse per metter in pratica il suggerimento datogli dal Gozzelini, col declinare il nome d’Ercole II d’Este; quando questi istesso:

— Io — sclamò d’improviso, avanzandosi rispettoso verso l’imperatore.