— Il signor duca di Ferrara? — fece Carlo V.
— Io stesso, Maestà!
Carlo V si rabbuiò anche maggiormente in sembiante e, rimettendosi a sedere:
— Parlate pure, monsignore — disse al nepote di Lucrezia Borgia — cos’è che potete narrarmi in appoggio delle accuse di costui?
— Le cose istesse che egli ha esposto alla Maestà Vostra.
— E come sono a vostra cognizione?
— Pel caso, Maestà, che, quando madonna Bianca della Staffa, sottraendosi alle insidie del Farnese, sfuggì dalle mani de’ suoi sgherri, che l’avevano circuita e assediata entro una taverna sul lago di Perugia; ella trasse in cerca d’asilo, prima a Firenze, poscia a Bologna, e finalmente a Ferrara, presso la mia corte, dove così i Camia come i dalla Staffa si ebbero sempre aderenti e parziali.... io la impresi a proteggere e, sin d’allora, l’onesta e cara giovine mi raccontò delle patite sue tribolazioni ne’ termini istessi, che ha usato poc’anzi questo suo fedel servitore.
— E basta — fece l’imperatore, alzandosi di nuovo e congedando della mano quanti gli stavano intorno — penseremo al da farsi.
Voltosi quindi, a Terremoto, ch’era rimasto lì grullo ed impacciato, senza sapere a qual meglio partito appigliarsi;
— Quanto a te — gli disse — ritorna alla tua signora ed assicurala che il patronato nostro non sarà mai per farle difetto: ed ove ulteriormente si muova a suo danno, ricorra a noi; che noi sapremo sempre proteggerla e farle giustizia!